Brunori a teatro, Padova, 28 marzo 2018

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Una settimana. Mi ci è voluta una settimana per riflettere su cosa scrivere circa “Canzoni e monologhi sull’incertezza”, che sta portando Dario Brunori a riempire e a fare SOLD OUT in molti teatri d’Italia. Incertezza per incertezza, ho preferito aspettare prima di dare giudizi affrettati e impulsivi. Avevo visto Brunori Sas live già all’AMA Music Festival la scorsa estate (trovate qualche riga dove ne parlo qui), lo conoscevo da poco ma già lo amavo tantissimo: talento, voce, ironia, una buona penna, simpatia sul palco; insomma, Dario aveva più o meno tutte le qualità che ci si aspetta da un bravo cantautore, cosa non banale.

Forse sono partita con delle aspettative alte, dopo aver visto post su post e recensioni di amici che lo avevano già visto in altre città, forse invece mi aspettavo, così come era stato annunciato, “un mix tra stand-up comedy e teatro-canzone” di altissimi livelli. Non che non ci sia stata ironia, non che non siano stati i brividi mentre ascoltavo le mie canzoni preferite, non che non ci siano state risate fragorose, ma mancava qualcosa di quell’ironia genuina che avevo percepito nel Dario del concerto della scorsa estate.

Mancava forse un po’ di spontaneità e di improvvisazione che ci si aspetta in serate del genere, dove ogni data non dovrebbe essere mai uguale all’altra. E invece l’ho trovato un po’ ingessato, questo Brunori incerto qui, attaccato alle battute sul bambino che ama la sua canzone che fa “la vita è una merda”, attaccato ai ricordi d’infanzia che spesso sono sfociati in monologhi prolissi nei quali mi chiedevo solo: “Vabbè, quando è che canta un’altra canzone? Che qua ho sonno e domani devo svegliarmi presto!”.

Non me la sento di dire che lo spettacolo mi abbia deluso, solo che mi aspettavo qualcosa in più dal caro Dario, mi aspettavo ancora un po’ di quel quarantenne che fa battute sul fatto che non capisce come possa essere considerato un sex symbol, lui che ha la pancia e si sente ancora un po’ sfigatello. Voglio considerare il concerto di agosto come la fase dell’innamoramento cieco e questo di marzo invece come la fase del “stiamo insieme da 7 mesi e ho capito che anche tu qualche difettuccio ce l’hai ma ti amo lo stesso”. Ci può stare, no?

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