GIACOMO SCUDELLARI: martedì 27 febbraio al TEATRO SOCJALE di PIANGIPANE presenta le canzoni-sambuca del nuovo disco LO STRETTO NECESSARIO

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Martedì 27 febbraio, al Teatro Socjale di Piangipane (RA), Giacomo Scudellaripresenterà il nuovo disco “Lo Stretto Necessario” in una serata dal titolo “Di luna, sambuca, Provenza e tutto lo stretto necessario”. Con lui sul palco una band formata da Francesco Giampaoli (basso), Enrico Farnedi (tromba), Diego Sapignoli (batteria),Marco Bovi (chitarra) e Christian Ravaglioli (fisarmonica e pianoforte). La serata vedrà anche la partecipazione della cantautrice francese Emmanuelle Sigal che presenterà i brani del disco “Table Rase” uscito nel 2017 (ore 20.45, ingresso 5 € con tessera Arci, fra il primo e secondo concerto verrà servito un piatto di cappelletti).

Giacomo Scudellari è l’esatto contrario del solito cantautore triste e depresso. Anzi: quando sta bene lui scrive canzoni. Perché ama celebrare, come gli piace dire, “il gusto onesto della Gioia con la g maiuscola”. E così fa nel suo debutto da cantautore, prima opera sulla lunga distanza dopo l’ep “Santi o non Santi”, in uscita per Brutture Moderne il prossimo 16 marzo con la produzione di Francesco Giampaoli (Sacri Cuori, Classica Orchestra Afrobeat).

Insomma, non è un’opera triste “Lo Stretto Necessario”; è invece un lavoro all’insegna della sambuca – rigorosamente con “la mosca” dentro – come nel primo singolo “Cantico della sambuca”, presentato insieme ad un coloratissimo video realizzato da Davide Salvemini: una sorta di manifesto programmatico di tutte le canzoni del disco, con il loro sapore dolciastro, leggermente alcolico, da bevuta in allegria. Pronte a ribadire la necessità di “non commettere il crimine di accontentarsi, di sparare i propri colpi per terra, di rinchiudersi in un rassicurante acquario.

Quello di Giacomo Scudellari è un cantautorato classico, che guarda devotamente alla tradizione dei Settanta ma la sposta verso altri lidi musicali, il più delle volte sorprendenti. Ci sono chitarre acustiche, bassi, batterie e accanto piano e tastiere, moog, trombe, tromboni e flicorni, mandole, e-bow, banjolele, addirittura duduk e launeddas. E’ così che le tracce si muovono fra percussioni africane, cori sghembi, batterie metalliche alla Clash, imperiosi fiati morriconiani, mitraglie country, fanfare calypso come omaggi ad Harry Belafonte e paesaggi lunari. Il tutto illuminato a dovere dalla lanterna di Francesco Giampaoli, timoniere del disco, nonché guida di questa folle passeggiata oceanica.

Ho pensato che il modo migliore per dare forma musicale ad un entità così astratta e rarefatta come la gioia fosse quella di riempirla di concretezza, come se ogni canzone fosse un idra con cento teste da colorare. E in queste cento teste rifluisce di tutto, dai nativi d’America, alle balene, ai partigiani, e, soprattutto alle notti di sambuca.” Non è un caso che per Scudellari il modo migliore per morire sia in una taverna (“Morirò in una taverna”) o che magari quando un amore finisce possa finire anche l’amore in assoluto (“Un mese in Provenza”). Succede, come succedono tante altre cose nella vita di ciascuno. Ma l’importante è saperci fare sopra una bevuta come si deve, anche quando in una notte blu elettrico dobbiamo diventare come quei pesci luminescenti nelle profondità dell’abisso per avere a che fare con “Lo Stretto Necessario”.

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http://www.facebook.com/GiacomoScudellariCantautore/

(foto Nicola Baldazzi)
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