Live report: Giò Sada + Vittoria and the Hyde Park live, WoPa Parma, 10.02.2018

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Eccomi di nuovo, che appaio e scompaio tra un report e l’altro, in cui passo da una considerazione professionale a una soft trash nel giro di un punto e virgola; difatti, oggi ci tengo a raccontare una travolgente serata trascorsa al Workout Pasubio Temporary di Parma, in compagnia della musica verace di Giò Sada & Barismoothsquad, con opening act un gruppo tutto da scoprire, i Victoria and the Hyde Park.

Al mio arrivo sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla gestione e struttura del Wopa, una via di mezzo tra il Locomotiv e l’Estragon di Bologna, ma in versione tipicamente franco-parmigiana, e quindi molto accogliente e arredato in stile chic-intellettualoide.
Ottimo locale dove gustare eventi musicali, grazie a un buon impianto acustico e un palco molto ampio, ad altezza perfetta per sfoggiare sorrisini birichini gli artisti.
Da segnalare anche i prezzi stracciati dei drink, fatto assai gradito per sbevazzare in economia e felicità, e dichiaro promossi con plauso e applauso gli interessanti barman.
Comincia l’esibizione dei Victoria and The Hyde Park, una coinvolgente rivelazione, a partire da ‘Tomorrow’ il loro singolo di debutto, un brano elettro pop tipico della scena musicale statunitense, che difatti ricorda lo stile glitterato di Lady Gaga.
Impossibile non lasciarsi trasportare dalle loro note funky, e sottilmente tamarre quanto basta per non guastare.
Ma non sono per niente dei discotecari, anzi, Victoria ha una padronanza vocale eccezionale anche nelle note più alte, e introduce i brani con voce da vocalist anni ’90… non a caso è anche speaker radiofonica.
Oltre all’impressionante somiglianza fisica e vocale con la Germanotta, particolarmente evidente durante ‘If tomorrow never comes’, la front woman del gruppo dimostra di avere personalità da vendere, ed è perfettamente a suo agio sul palcoscenico.
Si susseguono i ritmi californiani di ‘Let’s talk about us’ e viene presentata ‘Fever’, definita da Victoria come “la sorellina di Tomorrow”: ci spiega che cullarsi nelle sicurezze può sembrare apparentemente più facile, ma prima o poi arriva a svegliarci la ‘febbre’ del cambiamento, mettendo tutto in discussione ma donandoci una grande speranza per il futuro.
Arriva il turno del groove extreme level di ‘This Spell’, che vanta un featuring con Joe Bastianich… e sì, nemmeno io avevo la minima idea che non fosse un cuoco ma un cantante. La canzone però che più li caratterizza è sicuramente ‘Burn down the Summer’, un dance pop intrigante e danzereccio che ci catapulta nei peggiori club di Ibiza e Mykonos, e prende il sopravvento sulle nostre facoltà mentali dando alla serata una piega demenzial – sfasciona difficilmente recuperabile.
Che dire, i Victoria and the Hyde Park sono una band completa, formati da una cantante professionista che canta dal vivo e ottimi musicisti che suonano senza basi registrate, e così arrivano dritti allo scopo della musica pop: essere squisiti intrattenitori.

Pochi minuti dopo salgono sul palco, Ladies and Gentlemen, Giò Sada & Barismoothsquad, un innovativo progetto che lui ha fondato con amici musicisti provenienti da diversi gruppi metal e rock della scena musicale underground, con cui aveva collaborato già da solista.
Giò me lo ricordavo in una delle audizioni per entrare a X Factor, mentre presentava ‘Free Fallin’’ di Tom Petty, rivisitata per quell’occasione con lo stile della cover di John Mayer.
Particolare voce calda, roca nei momenti tattici, carismatica presenza scenica: era ovvio che avrebbe fatto strada.
E poi sapeva suonare.
E poi era bono, nel senso bono, cioè bono ma davvero.
La band parte con ‘Sogno lucido’, brano pop rock orecchiabile da talent show, ma parecchio meno edulcorato.
Si sussegue ‘Una crepa’, canzone dedicata al collega Cranio Randagio, scomparso tragicamente pochi anni fa.
Potrebbero osare di più, hanno tutte le carte in regola per farlo, magari provando a scrivere pezzi solo in inglese e lasciando spazio alla loro attitudine rock grunge, meno Coldplay e più Kings of Leon.
Ma, avendo avuto l’occasione di fare due chiacchiere con loro, mettono in chiaro che non gliene frega una cippa di rientrare in un unico genere o avere un solo target di pubblico; vogliono fare quello che gli piace, come gli piace, non sono dei novellini in ambito musicale, quindi sanno cosa fanno, e c’è da ammettere che lo fanno bene.
‘Ciò che lascio’, brano originariamente metal del gruppo Better Days di cui facevano parte alcuni componenti dei BSS, racconta di come spesso ci si senta perseguitati da ciò che si lascia nel passato, consigliando, in primis per sé stessi, di andare avanti nel cambiamento nonostante le incertezze.
Giò Sada è divertente, gentile e conviviale, introduce e racconta aneddoti per ogni canzone, compresa ‘Il mio sguardo che ho ti te’ inserita da lui medesimo nella categoria tarantella, in realtà una ballata rock folk strappamutanda.
Finalmente, tirano fuori il meglio di sé in ‘How easy is to swim?’, pezzaccio rock sleaze da centro sociale, che ricorda alcune canzoni dei Buckcherry.
Questo è in assoluto lo stile che più gli si addice e in cui riescono meglio, molto Green Day agli esordi, e fa parte della poliedricità ed ecletticità del loro bagaglio musicale.
Tra le ultime performance spicca la pop ballad di ‘Without an Edge’, scritta pensando alla storia di un giovane immigrato straniero arrivato in Italia su uno dei tanti barconi malconci, che Giò ha conosciuto personalmente a Bari e con cui è rimasto in contatto, e il brano ‘Sto bene anche da solo’ preceduto da una intro reggae di ‘No woman no cry’.
Giò Sada & Barismoothsquad ci hanno omaggiato di un notevole show appassionato e passionale, in cui mixano pop e hard rock: se ne fregano delle etichette, passano da un genere all’altro senza filo logico, variano brani cantati in italiano e in inglese, e per quanto qualcuno esprima preferenze o giudizi a riguardo, loro continuano per la loro strada, con un sorriso, perché sanno che è proprio questa combinazione apparentemente nonsense che li rende particolarmente freschi e originali.

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