Intervista ai Senatore

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Reduce da un corposo passato come Garden of Alibis, la formazione composta da Vladimiro Orengo, Stefano Dughera, Andrea Dutto e Giacomo Felicioli rinasce con il nome di Senatore e un nuovo album, Bisogni Primari.
Un suono graffiante e articolato che mette insieme indie d’oltremanica e alternative-rock americano e li fa parlare in italiano, in un susseguirsi di immagini tra metriche serrate e beat incalzante.
Abbiamo raggiunto la band sabauda per farci raccontare da loro com’è nato il nuovo progetto.
Senatore

Partiamo dal nome della band, com’è nato? Tra un palco e un seggio al Senato, qual è la vostra
aspirazione?

“SENATORE” è nato d’estate, un paio d’anni fa. Quando fai il toto nomi ne passi in rassegna
tanti, alcuni durano un secondo, altri si trascinano e riaffiorano ogni volta che si torna
sull’argomento. Questo evidentemente aveva qualcosa di speciale per noi, perché è rimasto e
ha convinto. Ci siamo affezionati. Al suono, a come rende scritto. È ironico e un po’ arrogante
allo stesso tempo, è breve e resta in testa. Almeno secondo noi.
Rispetto alla seconda parte della domanda, la nostra aspirazione è costruire un percorso solido
e duraturo, in crescita possibilmente. Immagino sia un po’ il desiderio di tutti: scrivere belle
canzoni, che vengono cantate e consumate, e suonarle dal vivo. È una bella battaglia, vedremo.

Il vostro nuovo album, Bisogni Primari, segna quella che si può chiamare la vostra “rinascita”:
cosa vi ha portato a staccarvi dall’esperienza dei Garden of Alibis?

Beh abbiamo sentito l’esigenza di confrontarci con l’italiano, o forse meglio abbiamo avvertito la
necessità di provare. Poi ci è piaciuto, abbiamo trovato il risultato intrigante e ci siamo convinti
di voler ripartire da lì. È sicuramente un passaggio di maturità, abbiamo poi scoperto che in
molti hanno affrontato una situazione simile. L’inglese dà una certa sicurezza, ti fa sentire in
qualche modo “a casa” (è paradossale ma è così). Ma la scrittura in italiano dà soddisfazioni
imparagonabili.

Il nuovo progetto è nato a Bruxelles: cosa vi ha condotto lì e quanto c’è di diverso rispetto alla
vostra città, Torino?

Volevamo fare una specie di Erasmus musicale e allo stesso tempo rendere in qualche modo
fluido il passaggio da un progetto all’altro. A Bruxelles ci sono molti torinesi, è un luogo che
abbiamo frequentato tanto anche in precedenza (durante un Erasmus in Olanda, stavolta di
quelli veri). La città è molto viva e straordinariamente friendly… è facile affittare casa spendendo
poco, c’è un gran via vai di mobili usati, di persone, di amici. Assomiglia ad un gigantesco
mercatino delle pulci. Noi siamo stati prima in una soffitta, poi in un monolocale con la cabina
doccia in cucina. Eravamo abbastanza pazzerelli.

Quanto vi hanno influenzato le sonorità del Nord-Europa?

Beh abbiamo sempre ascoltato musica inglese, e abbiamo mantenuto quel riferimento durante
tutta la scrittura dell’album. Quindi moltissimo. Il pop anglosassone, almeno quello degli ultimi
anni, miscela con sapienza la bella melodia e un sound energico e presente, fatto di ritmo e di
suoni interessanti. Abbiamo lavorato moltissimo sull’uso delle chitarre, e in questo ci siamo
sicuramente ispirati.

Parliamo un po’ dell’album, Bisogni Primari è un titolo sicuramente significativo: qual è il
bisogno primario per ciascuno di voi?

Districare vicende sentimentali, correre (piano piano eh), cucinare, soprattutto la carne. Questi
quelli in comune, poi ognuno immagino abbia i suoi personali. Beh sicuramente fare questo
disco, tentare l’avvicinamento al testo italiano, è stato un bisogno primario.

I rimandi anglofoni sono piuttosto palesi, com’è stato poi riportare il tutto in italiano?
Complicato per via delle rime. Molto spesso l’ultima parola del verso, nei temi vocali pensati per
l’inglese, è tronca. Nella canzone italiana è più facile che alla stessa posizione si trovi una parola
piana. Detta così ovviamente è una semplificazione, ma si avvicina abbastanza alla realtà delle
cose. In italiano le tronche sono poche e si rischia di abusare dei monosillabi. Poi a parte questa
noiosissima spiegazione tecnica, l’uso della propria lingua mette di fronte a una responsabilità
diversa, porta i nodi al pettine, costringe a misurarsi con se stessi, a tirare fuori aspetti intimi e
nascosti.

All’album hanno collaborato anche Max Casacci e Marco Cipo Calliari, com’è stato collaborare
con loro? Una scelta made in Torino?

Con Max si prende spesso l’aperitivo nello stesso bar. E’ stato molto generoso a consigliarci e
abbiamo sistemato un pezzo assieme, “L’Anticiclone del Nord”. È sicuramente positivo che i
musicisti con più esperienza abbiano voglia di condividerla con chi ne ha meno. Cipo è un
nostro vecchio amico, abbiamo registrato con lui in passato. Ha una pazienza ammirevole.
Abbiano suonato e mixato l’album nella nostra casa in campagna, ma abbiamo voluto chiudere
il lavoro in sua compagnia per avere il confronto con un orecchio di esperienza.

Bisogni Primari si ripromette di farci ballare tutta l’estate, avete già delle date in programma?
Come accadeva a scuola coi compiti, siamo in ritardo. Abbiamo appena presentato l’album a
Torino ed è stata una bellissima serata, il prossimo sabato (28/05) siamo al May Day festival per
A Night Like This e il 2 luglio all’Amen, il quartier generale di INRI.

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