[social] [social_icon link="/?feed=rss2" title="RSS" type="rss" /] [social_icon link="http://facebook.com/lostingroovemag" title="Facebook" type="facebook" /] [social_icon link="http://twitter.com/lostingroove" title="Twitter" type="twitter" /] [social_icon link="http://plus.google.com/113020370236331355022" title="Google+" type="google-plus" /] [/social]

Intervista esclusiva a Brian Vander Ark

0

Una storia come tante: un cantautore di successo inizia con della sana gavetta tra piccoli locali, viene notato da un talent scout, incide il suo primo album, viene apprezzato dalla critica, comincia a calcare palcoscenici sempre più vasti, scrive una hit che resterà nella storia della musica e diventa così un idolo delle folle.

Brian Vander ark non è uno dei tanti.

<< I’m the singer for The Verve Pipe. I also make solo albums. I act sometimes. I write sometimes. I have a couple of radio shows too. All for the hell of it >> (dalla sua pagina Twitter)

 

Frontman e chitarrista dei The Verve Pipe, gruppo indie rock che negli anni ‘90 spopolò con l’indimenticabile brano “The Freshmen”, BVA ha contribuito alla produzione di una decina di album nell’arco di quasi vent’anni.

All’inizio del nuovo secolo, ecco un altro picco di successo ottenuto grazie al film “Rock Star” (2001) e alla presenza nella colonna sonora della splendida “Colorful”, che Mark Wahlberg canta in playback nel finale della pellicola. BVA, nello stesso film, curiosamente ha interpretato il ruolo del bassista di una tribute band.

Famoso, ben visto, sulla cresta dell’onda per aver aperto i concerti del tour europeo dei Kiss, BVA si rende conto che tutto ciò non lo soddisfa più. Il feeling con i The Verve Pipe resta, ma parallelamente ad esso inaugura e alimenta costantemente una propria carriera solista, grazie alla quale nasceranno una serie di album ottimamente prodotti e con alcune delle sue migliori canzoni.

“And welcome the progress or be overrun / Every third house a pool, every second a gun…” (Lily White Way, 2008)

E’ il caso di “Resurrection” (2004), “Angel Put Your Face On” (2006) e l’omonimo “Brian Vander Ark” (2008), tutti caratterizzati da uno stile intimistico e da liriche tutt’altro che banali, con picchi di arguzia e genialità.

And I knew things had changed when the pet names that you once gave me we soon gave to the pets… But I still come when you call them just to be sure…” (1221 Sheffield, 2004)

(Ho capito che le cose erano cambiate quando i nomignoli da animaletto che una volta usavi per me abbiamo cominciato a usarli per gli animaletti…Però io continuo a venire quando li chiami, giusto per essere sicuro..)

Non contento della svolta già data alla propria carriera, BVA rivoluziona la propria vita musicale (e non) con due mosse assolutamente inaspettate. Sulla carta, forse addirittura folli, ma col senno di poi assolutamente di successo.

La prima, che riguarda i The Verve Pipe tutti, è la pubblicazione di “A Family Album”, contenente dieci canzoni dedicate ai bambini e alla famiglia. Il sound è tipicamente quello classico del gruppo, ma i testi spaziano dalla dolcezza dell’intimità familiare a (più spesso) la demenzialità e il divertimento dei bambini. Emblematica, a tal proposito, è “Suppertime!”, una canzone scioglilingua su ritmi country totalmente dedicata ad alcune domande (di rilevanza universale) sul cibo. Purtroppo la resa in italiano è pressoché nulla, ma com’è possibile non essersi mai chiesti…

Why do they call it hamburger…there’s no ham in it

Why do they call it sandwich…there’s no sand in it

Why do they call it hot dog…there’s no dog in it…or is there?! (“Suppertime!”, 2009)

BVA in...concerto

La seconda rivoluzione è di certo il tour “Lawn Chairs And Living Rooms” (“Sdraio e Salotti”), vale a dire una tournee su prenotazione in case, giardini e qualunque altro posto i fan lo accogliessero, pagandogli il cachet. Iniziato come esperimento, il successo raggiunto ha reso possibile l’organizzazione di centinaia di concerti nell’arco degli ultimi quattro anni, in tutti gli Stati Uniti.

 

Massimo Cappanera di Lost in Groove ha intervistato Brian Vander Ark, nell’imminenza della pubblicazione del suo nuovo album solista “Magazine”, distribuito al pubblico a fine Luglio 2011.

M: Ciao Brian, grazie per il tuo tempo. La nostra radio è specializzata nella musica indie, quindi siamo onorati di avere la possibilità di intervistarti, anche per dare al pubblico italiano l’occasione di conoscerti meglio. Cominciamo subito. Scenario: ultima sera del tour europeo dei Kiss, nel 1996. Azione: invece di “We are the champions”, cantata di fronte a 20000 tedeschi, canti “Suppertime!”. Reazione del pubblico alla strofa (ormai negli annali, peraltro) “You say pepperoni and I say pepperoni, there really is no other way to say pepperoni”…?

BVA: L’ultima spettacolo di quel tour fu in Germania. Quella sera sembrava che ai tedeschi non importasse altro che i tedeschi. Penso che in quel caso ci avrebbero inondato di “booo!” anche di più, a meno che non avessi cambiato “pepperoni” in “bratwurst”!

M: Sembra che a te piaccia tanto scrivere su Twitter quanto ai tuoi fan leggere i tuoi aggiornamenti, come quello sul tuo peggior taglio di capelli … ed il relativo soprannome Qtip che ti era stato affibbiato. Come pensi che internet abbia influenzato sia la tua vita professionale che quella personale?

BVA: Influenza il mondo con cui interagisco con i fan. Però spesso devo stare attento a non scrivere troppo. Penso che poi infastidisca la gente.

M: Che mi dici del tour USO (in supporto alle truppe americane n.d.M.) in Italia? A parte la paura di salire su un autobus per quatto ore con un gruppo di marinai single, i bagni europei minuscoli rispetto a quelli americani e l’acqua non potabile, è stata una bella esperienza?

BVA: E’ stata un’esperienza fantastica, persino migliore dell’ultima volta. Adoro l’Europa. Ed è facile che capitino inconvenienti come quello del bagno, sono abbastanza grosso! Si respira un’aria di grande cultura, le persone sono fantastiche e adesso nutro un profondo rispetto ed amore per gli italiani. La prima volta che sono venuto non ho avuto modo di interagire molto con loro, ma non stavolta. L’Italia mi è piaciuta così tanto che medito di passarci le vacanze,con mia moglie.

M: Di recente, intervistando Dustin O’Halloran, abbiamo discusso di sinestesia, una condizione neurologica grazie alla quale è possibile vivere la musica come se fosse colorata. In altri termini, ascoltando una canzone, i sinestetici ne vedono anche i colori. Anche Bob Marley ci riusciva, come anche Lennon dopo aver scritto “Lucy in the Sky with Diamonds“, ma questa è un’altra storia…non era colpa della sinestesia…Che colori “vedi” nella tua musica, sia con i Verve Pipe che nei tuoi lavori solisti?

BVA: La musica dei Verve Pipe è arancione. Non so perché. E’ sempre molto psichedelica, comunque. La mia carriera solista è sempre stata beige. Strano, uh?

M: “A family album” è un pioniere di una nuova frontiera musicale per i Verve Pipe? Dobbiamo forse aspettare una versione rap di “Twinkle Twinkle Little Star” in un album futuro?

BVA: E’ una nuova sfida e frontiera, si. No, Twinkle Twinkle Little Star è una stupidata. Comunque abbiamo lavorato a una canzone rap chiamata “Hot Soup!” (Zuppa Calda! n.d.M.)

M: C’è differenza, a livello di processo creativo, qualora tua stia lavorando a canzoni per adulti o canzoni per bambini? Tieni conto delle opinioni della tua figlioletta quando componi?

BVA: Non cambia molto. Solo il testo è diverso. Donny (Brown, altro fondatore dei The Verve Pipe. N.d.M) produce, quindi a volte gli strumenti sono diversi rispetto ai classici toni rock. Le mie figlie mi influenzano parecchio, specie quella di sei anni. Sembra avere sempre un’interpretazione divertente delle cose.

M: La maggior parte dei tuoi colleghi probabilmente preferirebbe smettere di fare musica e aprire un negozio di frutta piuttosto che calarsi in un progetto come il “Lawn Chairs And Living Rooms” (“Sdraio e Salotti”) tour. Oggi tutti riconoscono il suo successo, essendo un modo innovativo per incontrare fans, intrattenere il pubblico e trovare nuove idee. Ma come ti è venuto in mente, all’inizio?

BVA: Parlando francamente, mi servivano i soldi. Qualche persona che conosco voleva prenotarmi per degli show privati, così ho provato…ed è stato grandioso. Divertentissimo. E i soldi non sono affatto male.

M: Sono sicuro che tu abbia collezionato un mucchio di esperienze strane, divertenti e curiose nel corso degli ultimi quattro anni di concerti casalinghi in tutti gli Stati Uniti. Sai, gatti parlanti, nonne ninfomani, case infestate…Puoi raccontarci qualche aneddoto curioso?

BVA: Sinceramente, non è successo niente di strano! Ad oggi molti musicisti potrebbero giudicare strani i miei concerti (come suonare su un motoscafo in mezzo a un lago per un tizio e sua moglie). Ma nella maggior parte dei casi, sono tutti simili come situazioni, ambientazioni etc.

M: Suonare da solo, dal vivo, senza un gruppo…è più rilassante o rappresenta una sfida maggiore?

BVA: E’ molto più rilassante…ma fisicamente spossante, visto che devo portare da solo l’equipaggiamento.

M: Tre cose che hai imparato (o che magari stai ancora imparando) nella tua carriera.

BVA: Non scrivere canzoni su richiesta. Una canzone nasce quando si attacca alla testa dell’autore. Non mi serve una dozzina di persone per dirmi come doverla scrivere. Poi…Se puoi permetterti di donare musica, allora fallo. Io lo faccio, quando posso. In altri casi devo guadagnare qualcosina.

M: Ultima domanda…Ti dirò qualche parola e, come nelle libere associazioni freudiane, dimmi la prima cosa che ti viene in mente. Iniziamo con Musica

BVA: Rock

M: Passato

BVA: Presente

M: Presente (inteso come momento storico n.d.M)

BVA: Compleanno! (“present” inteso come “regalo”, gioco di parole con l’inglese e, sebbene meno diffuso, con l’italiano n.d.M)

M: Futuro

BVA: Radioso

M: Vita

BVA: Amore

M: Grazie di cuore, Brian.

BVA: Grazie a te!

Share.

About Author

Uomo. Marito. Padre. Consulente web e marketing per professionisti e piccole aziende. Copywriter per passione e narratore di aneddoti per diletto. Nato senza rete, cresciuto con la rete...ma ancora di pesci nemmeno l'ombra. Forse è per questo che coltivo peperoncini.

Comments are closed.