Intervista esclusiva a Dustin O’Halloran

0

Dustin O’Halloran, musicista e compositore statunitense, è un gentleman del panorama musicale alternativo. Già in auge nel mondo dell’indie-rock grazie al gruppo dei Devics, insieme a Sara Lov, da qualche anno ha intrapreso un personale progetto di crescita più intimistico, componendo al pianoforte melodie delicate e minimaliste che coinvolgono l’ascoltatore in un mondo fatto di carezze e colori, come lui stesso ha sperimentato grazie a “Lumiere” (Fat Cat, 2011), suo ultimo album di pezzi inediti.

Massimo Cappanera di Radionation l’ha incontrato in esclusiva prima del concerto tenuto presso la suggestiva cornice dei Giardini dello Spasimo, a Palermo, il 16 Giugno 2011. In un’ora e mezza di spettacolo, Dustin O’Halloran ha deliziato il pubblico con un insieme di pezzi tratti dalla sua collezione solista, incantando gli spettatori non solo per la musica ma anche per la delicatezza con cui ha accarezzato i tasti del pianoforte, come se stesse toccando la donna amata. Ecco la trascrizione dell’intervista in cui Dustin parla delle sue composizioni presenti e passate, del processo creativo sia per gli album solisti che per le colonne sonore (ambito nel quale è parecchio apprezzato, tanto da essere scelto da Sofia Coppola per la musica di “Marie Antoniette”, con Kirsten Dunst) e del suo interesse per la sinestesia, condizione presente in meno dell’un per cento della popolazione, nella quale le percezioni provenienti da due o più sensi si mescolano, come nel caso di Mozart, che vedeva il colore delle note, assieme al loro suono.

M: Ciao Dustin, è un piacere incontrarti.

D: Il piacere è tutto mio.

M: E’ la tua prima volta, qui a Palermo?

D: No, è la…quarta. Sono già venuto qualche anno fa con i Devics, ma è la prima volta che vengo a presentare del materiale solista.

M. Suonare da solo, dal vivo, senza un gruppo alle spalle…E’ più rilassante o più impegnativo?

D: Penso sia molto più impegnativo, perché devi essere molto concentrato. Non che con un gruppo tu non debba esserlo, però è uno sforzo diverso, è più intenso.

M: Del resto sei da solo, non puoi concederti errori.

D: Già, devi essere molto presente, cosa che –per inciso- è ciò che mi piace, che rende le cose più personali.

M: Che tipo di show vedremo stasera?

D: Stasera sarà un mix di brani. Nel nuovo album “Lumiere”, uscito due mesi fa, gli archi sono molto presenti e per suonare dal vivo servono, quindi stasera suonerò un insieme di pezzi tratti da miei primi due album solisti, Piano Solo 1 e 2, insieme a nuove composizioni…Insomma, ciò che mi viene in mente, vado un po’ a ispirazione.

M: Questa è una bella cosa. Come descriveresti “Lumiere” in tre parole?

D: Tre parole…mmm…Direi rosso, blu e forse un po’ di verde scuro.

M: E’ curioso tu abbia risposto così, perché la mia prossima domanda era proprio incentrata sui tuoi studi di sinestesia, quando lavoravi a “Lumiere”. Tu hai già risposto, visto che volevo chiederti quali colori “vedessi” nella tua musica solista, ma ne approfitto per chiederti quali pensi siano i colori legati invece alla tua produzione con i Devics.

D: Interessante…Beh, credo dipenda dall’album. Penso che l’ultimo lavoro avesse dei colori molto legati alla terra, con molto marrone, giallo, verde scurissimo e così via, mentre l’album precedente era più sui toni verde chiaro e blu scuro, qualche giallo…

M: La sinestesia è davvero un argomento interessante.

D: Si, è un argomento al quale mi sono appassionato durante la preparazione del mio ultimo lavoro. Ho fatto qualche ricerca e non avrei mai immaginato che così tante persone vivessero questa strana esperienza sensoriale, né tantomeno avrei mai pensato che qualcuno potesse vedere dei colori nel suono del pianoforte. Lavorando poi con gli archi, realizzando un lavoro ancora più complesso, mi sono reso conto che stavo mettendo in gioco ancora più colori. Puoi realizzare moltissimi colori con il pianoforte ma nuovi strumenti portano con sé nuove sfumature, nuove forme che non avevo mai considerato prima.

M: Diventa quasi un arcobaleno.

D: Si. Mentre lavoravo mi rendevo sempre più conto che creare musica, lavorare con le note, fosse molto simile al lavoro di un pittore: un lavoro solitario, fatto di idee, colori, spazi, forme, immaginazione…Ho così voluto dedicare l’album a questa idea, che ha cambiato molto la mia visione anche della musica, visto che non avevo mai pensato a quali altri sensi potesse stimolare. Prima di allora avevo sempre tenuto conto esclusivamente delle mie orecchie, del mio udito,

M: Chiaro. Riguardo a “Vorleben”, è un album live alquanto strano, visto che non c’è alcun rumore del pubblico tra una canzone e l’altra, se non alla fine dell’intero disco. E’ molto strano pensare che nessuno del pubblico abbia applaudito durante lo spettacolo…Come spieghi questo silenzio?
D: Beh, eravamo in Germania e i tedeschi sono un popolo tranquillo. La tensione del concerto si è mantenuta dall’inizio alla fine e ho suonato l’intera scaletta senza essere disturbato, pur lasciando un minimo di spazio al pubblico…che dire, i tedeschi sono davvero calmi…Faceva pure molto freddo e tutti erano così tranquilli dentro quella chiesa…

M: Eppure potevano scaldarsi battendo le mani…

D: Già! Comunque sia, è stata una serata particolare e credo ne sia venuto fuori un album molto interessante anche per questo motivo.

M: Gli italiani sono un popolo più caldo, probabilmente lo saprai già.

D: Certo, per questo mi aspetto molto stasera.

M: Una volta tu hai detto che comporre dei pezzi al pianoforte è come entrare in una dimensione di tipo spirituale, con il subconscio che ti guida lungo tutto il processo creativo. Credo sia una bellissima metafora, potresti parlarmene un po’?

D: Beh, spiegare il processo creativo è qualcosa di…strano, è un’idea astratta che, come dire…

M: …arriva.

D: Si, arriva. Tu devi essere pronto, quando ciò avviene…a volte non lo sei, a volte stai dormendo, a volte sei in aereo, a volte sei di fronte al pianoforte. E’ qualcosa da realizzare, qualcosa che ti scorre dentro, è un’energia che a volte sgorga copiosa, altre volte non riesci a trovarla. Va e viene.

M: E’ la magia del processo creativo.

D: Infatti. E penso che la grande idea arrivi solo quando tu sai aspettarla. Non devi prendere ciò che arriva all’inizio, devi approfondire il lavoro. Ho sempre creduto ci siano due livelli di ispirazione: uno più superficiale, con idee veloci, e uno più profondo, che richiede più tempo. Per il mio ultimo album ho lavorato tre anni. Non consecutivi, d’accordo, ma mi sono preso del tempo, ho lasciato che i pezzi evolvessero e prendessero forme differenti prima di arrivare all’opera finale. Ho voluto lasciare del tempo a ciò, se avessi finito prima il lavoro sarebbe stato completamente differente e, per me, di certo meno bello.

M: E che mi dici delle colonne sonore? Voglio dire, in quel caso il tuo subconscio deve trovare un compromesso tra la sua naturale ispirazione e le esigenze del copione del film.

D: Hai detto bene, si tratta di un compromesso. Intanto hai una data entro cui dover finire, dunque devi riuscire a tirar fuori la musica da dentro. A volte ti senti davvero legato al film ma è comunque differente da quando lavori per conto tuo. In quel caso è come avere una tela vuota, non hai un punto di partenza. Invece quando scrivi per il cinema hai una struttura rigida, una storia delineata, e la musica spesso deve avere solo un ruolo di contorno, non deve essere sempre intensa. E’ diverso…Penso che quando fai una colonna sonora ci siano alcune parti che non abbiano avuto il tempo giusto per maturare e svilupparsi, mentre altre ti escono subito fuori nella loro forma definitiva…e puoi ritenerti fortunato! Mi piace comunque, è un’esperienza differente, sia come sensazioni che come produzione.

M: Un’ultima domanda: pensi ci sia una relazione tra il livello culturale di una persona, intesa come conoscenze, studi e via dicendo, ed i suoi gusti musicali?

D: No, non penso, anche ricollegandomi alla musica degli indigeni, che ha prodotto degli esempi eccezionali di melodie anche se non hanno mai visto molto.

M: Del resto è la “prima” musica.

D: Infatti. Credo che la musica vada oltre.

M: Anche per quanto riguarda la musica moderna?

D: Si, perché credo che la musica moderna…quella minimalista, mettiamo, trae molto dalle produzioni delle popolazioni indigene. E comunque, se parliamo della musica occidentale, tu puoi insegnare a qualcuno a suonare il pianoforte, ma non puoi insegnargli a scrivere musica. Non è qualcosa che si trova nei libri, diciamo.

M: Perfetto. Prima di lasciarti momentaneamente, visto che sarò stasera in prima fila per godermi il concerto, mi piacerebbe fare con te un gioco veloce. Abbiamo parlato molto di subconscio e argomenti psicologici, quindi perché non proviamo a fare qualcosa di simile alle libere associazioni di Freud?

D: Oh, mi farai una seduta psicologica?

M: Sono uno psicologo, se è per questo.

D: Questo spiega molte cose!

M: Ah ah. Ti dirò una parola e, se vorrai, potrai rispondere con la prima parola, sentimento, idea che ti viene in mente. Iniziamo con Italia.

D: Amore.

M: Musica

D: Pace.

M: Il passato.

D: Il passato? Mmm…il futuro.

M: Il presente?

D: Ora.

M: Il futuro? …Non mi dire il passato!

D: Inottenibile.

M: L’ultima…La vita.

D: Mmm…veloce.

M: Grazie Dustin, è stato un piacere incontrarti e non vedo l’ora di assistere allo show, stasera.

D: Grazie a te, stammi bene.

Share.

About Author

Uomo. Marito. Padre. Consulente web e marketing per professionisti e piccole aziende. Copywriter per passione e narratore di aneddoti per diletto. Nato senza rete, cresciuto con la rete...ma ancora di pesci nemmeno l'ombra. Forse è per questo che coltivo peperoncini.

Comments are closed.