Intervista esclusiva a Pippo Pollina

0

Pippo Pollina non è semplicemente un cantautore. E’ la persona giusta con cui sarebbe splendido fare un viaggio in treno da Palermo (sua città natale) a Zurigo (la città svizzera dove attualmente risiede), dialogando senza argomenti predefiniti, bensì seguendo un flusso spontaneo di pensieri. Nessuno resterebbe indifferente al suo modo di pensare distaccato per una mera questione geografica ma assolutamente concreto e passionale, toccando argomenti caldi che negli ultimi decenni hanno fortemente mutato il profilo sociale, politico ed economico del nostro Paese.

Non stupisce, dunque, quanto sia breve il passaggio dalla musica di Pippo Pollina alle sue opinioni e considerazioni sulla società di oggi. Diverse sue canzoni, infatti, sono lo specchio di una società decadente, corrotta e inquinata da poteri forti dalla quale bisogna prima idealmente allontanarsi, prima di poter guardare il quadro d’insieme e capire come poter agire per migliorarla. La ricerca stessa della verità può essere un motore che spinge le persone a unirsi e smuovere le montagne, come detto in occasione della presentazione della sua opera “Ultimo volo – Orazione civile per Ustica”, dedicata a un delle pagine più vergognose della storia italiana.

Nelle canzoni ma ancor di più di persona, Pippo Pollina trasmette quell’ideale che non sia ancora tutto perduto, tutto sporco e tutto malsano, risvegliando nell’animo dell’ascoltatore la sensazione di essere destato da un lungo sogno e la voglia di dare tutto sé stesso per la causa comune, una volta compreso cosa (o chi) sia riuscito, lentamente e silenziosamente, a fuorviare l’uomo, trasformandolo in burattino. Una sensazione riscontrabile nelle opere di grandi autori, come quelle del compianto Tiziano Terzani sul materialismo come male della società moderna, di cui Pollina è già entrato a far parte.

La sua stessa biografia, “Abitare il sogno”, scritta da Franco Vassia e pubblicata da Stampa Alternativa, ne è la prova. Un ragazzo poco più che ventenne che, non riconoscendosi più nella sua amata città e ancor di più in chi la sta(va) avvelenando, parte per un’avventura iniziata sui bordi della strada come novello cantastorie e giunta oggi a elevarlo tra i più riconosciuti e apprezzati artisti europei. Un cammino costellato da incontri con personaggi veri, da colleghi cantautori a uomini di spettacolo più o meno seri, da scrittori famosi a persino un fugace faccia a faccia con un sanguinario dittatore in esilio. Il tutto tenuto insieme da un filo di rara bravura e di valori, come l’onestà e la legalità, più che mai difficili da ritrovare nell’odierno panorama musicale (e non).

Dalla biografia a uno show, “Abitare un sogno” è oggi uno spettacolo multimediale in cui le canzoni si miscelano sapientemente a versi tratti dal libro e video di personaggi o eventi che hanno segnato la vita e la carriera di Pippo Pollina. L’artista palermitano si alterna per due ore tra il pianoforte, la chitarra e tamburello, abilmente affiancato dal sassofonista Gaspare Palazzolo, in un viaggio artistico che spazia dall’icona della lotta antimafia di “Centopassi” (Video of the Week di questa settimana) ai temi della migrazione di “Caffè Caflish”, dal ricordo del dramma cileno in “Il giorno del falco” all’indimenticabile “Signore, da qui si domina la valle”, fino a una deliziosa versione della briosa “Chiaramonte Gulfi”, capace di coinvolgere l’intero pubblico.

<< Eppure la storia va avanti, non conosce padroni /
E anche a quelli che muovono i fili un giorno tremeranno le mani /
Perché esiste un passaggio comune, un comune destino /
Che fa più vita la vita e non fa sconti a nessuno >>
(da “Canzone Sesta”, 2007)

Massimo Cappanera di Lost in Groove ha intervistato Pippo Pollina prima dello spettacolo tenuto al Teatro Nuovo Montevergini di Palermo, l’8 Maggio 2011. Ecco la trascrizione dell’incontro.

M: Ciao Pippo, com’è andato il concerto ieri a Valderice?

P: Bene, bene, nonostante il tempo. Abbiamo suonato all’aperto, c’erano tredici gradi e la gente moriva dal freddo. Io me ne sarei andato! (ride)

M: Beh, se sono rimasti, un motivo ci sarà. Dunque, il libro è davvero ricco di aneddoti ed è difficile citarne solo alcuni. E’ proprio la storia di un uomo che si è fatto da solo…

P: …come Berlusconi! (ride)

M: Si, uguale uguale…! Dicevo, alcuni episodi sono davvero curiosi e mi piacerebbe avere una tua opinione al riguardo, cominciando da quanto successe in quel di Agrigento, in occasione della festa organizzata dalla Regione Sicilia per festeggiare lo statuto speciale dell’isola (la manifestazione prevedeva l’esibizione di diversi artisti famosi, ognuno con due-tre canzoni da suonare. Tra queste, Pippo cantò Centopassi, introducendola con le seguenti parole: <<Vorrei iniziare la mia piccola performance con una canzone dedicata a uno dei siciliani più importanti del dopoguerra, una delle figure più nobili della resistenza civile italiana. Un ragazzo che ha creduto in una società più giusta e che per la libertà è stato ucciso barbaramente nel 1978 da Cosa Nostra. Il titolo della canzone è Centopassi ed è dedicata a Peppino Impastato>>. A fine esibizione, col pubblico entusiasta, fu costretto ad aspettare un’ora dietro le quinte per ritirare il cachet. Chiesto se vi fosse qualche problema ma sospettando ben altro, fu ricevuto dall’organizzatore che lo accusò di aver voluto fare ‘il fenomeno’, invece che l’artista, dato che un artista dovrebbe ‘cantare e basta, senza dire nulla che scateni un putiferio
solo per fare il protagonista’. N.d.M.). Non ti chiederò come ti sei sentito, perché nel libro è spiegato bene il passaggio dalla rabbia alla compassione per l’organizzatore. Piuttosto mi piacerebbe sapere cosa pensi che abbiano pensato quelli che, tra il pubblico, avevano il carbone bagnato…

P: Sai, non credo pensassero niente di che. Loro sono l’espressione di una diversa cultura, una diversa concezione della vita. Per queste persone, fare un torto agli altri o abusare delle cose comuni non è qualcosa di sbagliato. Hanno un concetto della vita totalmente diverso dal nostro, così quando commettono un crimine, piccolo o grande che sia, non possono avere un senso di colpa. Se tu appartieni a quella cultura ne diventi interprete. All’interno di questo contesto che tu scegli come modus vivendi sei corretto, al di fuori invece reciti, è tutto un palcoscenico, dove puoi fare finta nei confronti del tuo auditorio senza dover dare conto e ragione a nessuno.

M: Chiaro. Mentre aver incontrato Pinochet, che passeggiava tranquillamente…

P: …sì, a Zurigo. Quella è stata veramente un’esperienza pazzesca ed è durata talmente poco che il ragionarci dopo è stato più che altro motivo di brivido. In quel momento cercavo di capire se fosse lui o meno. Quando ho capito che era lui, visto che gli assomigliava come una goccia d’acqua e non poteva che essere lui, mi sono fatto due conti e ho cercato in quella manciata di secondi di capire quale dovesse essere il mio atteggiamento da assumere lì sul momento. Così, spontaneamente, mi è venuto di chiedergli se era lui. Non mi ha risposto. Inorridito è rimasto lì ma al suo posto sono arrivate quattro o cinque guardie del corpo che lo hanno letteralmente preso di peso e portato in una macchina, che era una limousine parcheggiata lì, e uno di loro si è intrattenuto con me per chiedermi come mai lo conoscevo. E’ evidente che credeva potessi essere un qualche esule e hanno avuto paura. Probabilmente hanno capito che neanche questo tipo di libertà poteva essere presa in considerazione per lui perché in qualsiasi momento poteva nascondersi un pericolo nella misura in cui, se io fossi stato un esule, a cui magari avevano eliminato parenti o amici, avrebbe potuto passare i trenta secondi più brutti della sua vita…

M: …o probabilmente non sarebbe sopravvissuto per raccontarlo…

P: Eh, forse anche.

M: Veniamo a un argomento che ti tocca da vicino, Pippo Fava, che è stato il secondo intellettuale ucciso dalla mafia dopo Peppino Impastato…

P: …c’è stato anche Mauro De Mauro nel ’70, un giornalista de L’Ora. Beh, io non posso dirti tante cose su Giuseppe Fava, nel senso che la mia esperienza personale le poche volte che l’ho visto…L’ho visto quattro volte, di cui una volta per un attimo, quindi praticamente tre volte. E tutte le volte che l’ho incontrato è stato sempre nell’ambito di riunioni legate alla pubblicazione de I Siciliani, quindi non sono mai stati incontri a tu per tu o nei quali ho avuto un minimo di rapporto personale…

M: E cosa ne pensi del fatto che subito dopo l’omicidio ci siano stati onorevoli a chiedere una chiusura rapida delle indagini perché altrimenti gli industriali avrebbero trasferito le loro fabbriche al Nord, mentre il sindaco ribadì che la mafia a Catania non esisteva. Oggi come ieri la mafia è in parlamento e molti credono che, non essendoci più le autobombe, la mafia sia sparita. Come possono esserci, a trent’anni di distanza, delle analogie così?

P: Guarda, il problema di questo Paese è che lo Stato italiano ha sempre accettato il potere della mafia come un contraente, come un soggetto con cui discutere, con cui sedersi a tavolino e parlare di affari, di ordine pubblico, di criminalità, di divisione del potere, di appalti e di politica, in una regione importante ai fini elettorali, com’è la Sicilia. Fintanto che sarà così, saremo punto e a capo ed è perfettamente inutile tutto quello che viene fatto dalla società civile, dagli intellettuali e dai quattro preti coraggiosi, dagli artisti, dai magistrati. E’ esattamente così. Quindi, o si fa sul serio oppure si chiacchiera. Fintanto che si chiacchiera, morirà ogni tanto qualcuno, dipende da che tipo di strategia vogliono mettere sul piatto i capi di Cosa Nostra. Ogni tanto c’è una generazione di criminali più efferati che sceglie la strategia più sanguinaria, ogni tanto ci sono quelli disposti al dialogo e al compromesso, per cui sembra che spariscano,… Il punto è tutto lì: riconoscere il potere della mafia come concreto e contraente del tuo discorso con la “periferia”, perché la Sicilia è periferia.

M: Io ti considero un uomo di cultura, al di là del fatto che tu sia un cantautore. Ormai, avendo i soldi, chiunque può pubblicare un libro, chiunque può cantare…e praticamente chiunque lo fa. Mentre la cultura, i valori e la dignità non possono invece essere comprati. Che rapporto credi che vi sia tra musica e cultura, intesa sia come livello culturale che come conoscenza e voglia di conoscere?

P: La cultura non è altro che l’espressione dell’uomo che è testimonianza della sua presenza su questo pianeta, nelle sue più ampie manifestazioni. La musica è una parte di queste manifestazioni, una parte importante, nella sua espressione di testimonianza. Quindi la musica è cultura, c’è poco da fare. E non soltanto cultura quella alta, non solo la musica considerata “alta”, come la musica del melodramma o la musica classica, quella che fa riferimento agli spartiti e ai grandi compositori che sono in tutti i libri di scuola, ma la musica è cultura perché è una rappresentazione della nostra vita, quindi c’è sia quella più lavorata, più fine, più elaborata, più valente, e c’è quella che magari è più leggera, più effimera…Noi in Italia abbiamo un grande patrimonio musicale ma anche lì purtroppo la politica non lo supporta a sufficienza. D’altra parte, si sono creati degli interessi economici che hanno corrotto il rapporto che esiste tra pubblico ed artista.

M: La mia domanda era un’apripista a un’altra che però potrebbe facilmente sfociare nel pregiudizio e nello stereotipo, quindi spero di spiegarla bene. Purtroppo, da un punto di vista geografico, Campania e Sicilia sono riconosciute come simbolo delle mafie italiane. La musica neomelodica napoletana unisce le due regioni, soprattutto per quanto riguarda certe “frange” della popolazione, corrispondenti tra loro per quanto riguarda cultura, modelli, atteggiamenti e ideali . E’ solo un caso?

P: No, non è un caso. E’ un retaggio storico preciso. Palermo ha, dai Borboni in poi, riconosciuto il primato di Napoli come capitale del Regno delle Due Sicilie. Palermo è stata importante fino alla cacciata degli Angioini, essendo stata una grande capitale dagli Arabi ai Normanni. Poi, con la cacciata degli Angioini, l’arrivo degli Aragonesi e poi con i Borboni è stata suggellata la sua posizione di rincalzo e di sudditanza nei confronti di Napoli capitale che ha esercitato il suo influsso culturalmente anche da un punto di vista musicale, tant’è che Napoli è stata molto più sviluppata da un punto di vista musicale e ha espresso molti più talenti nella storia. Basti pensare a tutto il patrimonio della musica popolare, che va dalle tarantelle alle villanelle, passando poi per le pizziche, che sono tipiche però del Salento e della Puglia. E la Sicilia invece, da un punto di vista musicale, ha invece una storia un po’ meno significativa, che il Pitrè e altri specialisti dell’etnomusicologia hanno cercato di tratteggiare e di raccogliere per evitare che tutto andasse disperso. La nostra tradizione è minore e, come conseguenza moderna e modernista di tutto ciò, come linea di continuità e di sudditanza nei confronti di Napoli, il sottoproletariato palermitano ha seguito il sottoproletariato napoletano in questa preferenza musicale legata, nel dopoguerra, alle sceneggiate di Mario Merola e vari epigoni alla Nino D’Angelo e, negli ultimi anni, con una nuova generazione, i neomelodici, che non fa altro che attingere a quel filone lì. E quindi anche personaggi come Gigi D’Alessio diventano autentici modelli…Che poi quella è una cosa anche più particolare, visto che Gigi D’Alessio è riuscito a esportarsi e trovare consensi persino al Nord, non capisco come, però. Forse c’è riuscito grazie alla televisione. In fondo i neomelodici non fanno altro che adattare al filone classico le tematiche moderne che oggi sono standard grazie alla televisione, capace di diffondere certi modelli, come il mangiare al Mc Donald o vestirsi allo stesso modo. Però c’è questa commistione di elementi, un fatto aberrante: la volgarità, che è la linea comune tra il vecchio e il nuovo.

M: Infatti, veniamo proprio all’argomento televisione. Tu hai detto spesso una cosa che condivido assolutamente: il fatto che negli ultimi vent’anni la TV e i mass media hanno appiattito il livello culturale del paese, dato che togliendo la cultura al popolo lo si rende facilmente manipolabile.

P: Certo.

M: Tu, quando canti “Grida No”, che ha un testo che invita proprio a svegliarsi, a non essere marionette, cosa provi, cosa speri che venga trasmesso al pubblico?

P: Guarda, ormai non spero più niente, perché detto sinceramente secondo me l’italiano ha scelto l’oblio. Oramai interpreta e incarna il ruolo di un personaggio –non dico nullapensante- però che pensa esattamente quello che vogliono che lui pensi. Trovo che molta parte della nostra gente si trovi molto bene in questo ruolo. Mi piace spiegarti ciò che penso attraverso questa immagine: c’era un tempo in cui i poveri avevano un sogno, vale a dire dare dignità alle proprie famiglie e di garantire ai figli una vita un po’ più dignitosa, dandogli il diritto allo studio. Avevano come sogno il diritto all’uguaglianza, con uguali diritti e uguali doveri. Insomma, il povero prima lottava per la libertà, per la giustizia e per la parità. Oggi non è più interessato a questi valori, perché ha acquisito altri valori che sono quelli che la TV gli ha inculcato, cioè dire: l’uguaglianza non è un valore, la libertà non è un valore. Un valore è la notorietà, uno è la ricchezza, uno sono i soldi. Quindi tu nella vita devi fare tutto ciò che è possibile fare per avere quanto più denaro possibile, quanto più potere, quanta più notorietà, quanta più bellezza possibile, intesa dal loro punto di vista. Questi sono i valori attuali. Quindi il povero non lotta più per migliorare la propria situazione in quanto classe, ma in quanto individuo. E sull’altare di quell’obiettivo è disposto a tutto: a vendere le figlie al primo riccone che gli capita, come abbiamo visto ultimamente, piuttosto che andare a commettere crimini efferati, piuttosto che giocare all’Enalotto tutte le settimane nella speranza che, un giorno, anche tu avrai quello che hanno i ricchi, perché il tuo scopo è diventare ricco, non lottare per una società più giusta che garantisca a te e quelli come te quello che è giusto che tu abbia. E’ molto semplice.

M: Infatti, involontariamente, hai risposto alla mia domanda successiva riguardo certi tipi di televisione che vengono fatti tutt’ora che sono riusciti a idealizzare quasi la figura dei mafiosi. Mi riferisco a fiction televisive come “Il capo dei capi”, per via del quale oggi i ragazzi a scuola conoscono a menadito la storia di Totò Riina, le tappe della sua escalation nella mala, e rifiutano tutte le nozioni di legalità o persino lo studio della storia dei grandi patrioti. Ci ritroviamo così un’imitazione dei mafiosi, con i professori visti come “sbirri”, ma i genitori stessi lo sono. Quindi quello che hai detto prima rientra perfettamente in questo discorso, perché promuovendo dei modelli di potere, di soldi e via dicendo, il risultato è questo. Però, dove andremo a finire di questo passo?

P: Siamo già finiti, siamo molto lontani in questo processo.

M: Ma a questo punto cosa deve succedere? Un terremoto culturale o si arriverà prima a toccare il fondo per poi risalire?

P: La vita, la storia, è sempre stata testimonianza di queste onde che hanno portato nei secoli le generazioni a toccare punti infimi e poi a risalire. Esiste l’abisso perché esistono le grandi altezze. Anche questo purtroppo è una cosa che ciclicamente si propone davanti agli uomini. Noi purtroppo siamo testimoni di un momento abbastanza buio, anche se io sono convinto che il fondo non sia ancora toccato. Si andrà ancora avanti. Tutto questo non fa che acuire distanze e differenze e a spargere benzina sul fuoco dei facinorosi. Alla fine non tutti hanno uno spirito pacifista, quindi arriverà il momento in cui ci sarà chi approfitterà della situazione per innescare una spirale di violenza che potrà anche portare ad atteggiamenti poco democratici da parte di chi sta al potere in quel momento. Bisogna fare molta attenzione che i poteri continuino a essere divisi e presenti, perché fintanto che c’è divisione dei poteri sarà difficile che a qualcuno venga in mente di appropriarsi della nostra vita, però quando i poteri si accentrano come questo governo vuole fare le cose diventano pericolose. Per cui credo che in Italia ancora i problemi non sono finiti.

M: Si passerebbe dunque dalla dittatura morbida a quella reale…

P: Si, ma sempre mascherata, perché guai a parlarne. Poi alla fine ti fanno credere tutto perché, ripeto, ormai le cose sono rosse, bianche, nere e, a seconda di come le guardi, secondo il tuo modo di vedere, possono anche essere di un altro colore, quindi ti
girano e ti rigirano fino a quando poi…

M: In un’intervista hai definito la tua musica, come quella di altri cantautori, “sovversiva” in base a quello che le radio commerciali trasmettono. Il ruolo Internet, a questo proposito…?

P: Fondamentale. Internet diventa fondamentale nel momento in cui abbiamo una cultura del potere che è anche la disgrazia che caratterizza coloro che dovrebbero stare dall’altra parte. Perché fino a quando un giornale come la Repubblica, che dovrebbe essere l’altro giornale, durante il Festival di Sanremo manda là tutti i suoi giornalisti e monopolizza le pagine degli spettacoli solo su Sanremo e che poi non dà spazio a nient’altro a meno che non sei nelle hit parade, a meno che non sei portato dall’ufficio stampa che dicono loro, a meno che non sei vicino a questo piuttosto che a quel politico che piace a loro, non ne usciremo fuori. Lo stesso dicasi per una stampa che sta dall’altra parte che è anche amante della cultura del potere, solo che lottano per avercelo loro.

M: Permettimi un paragone ardito, l’uso che descrivi tu di internet richiama quello utilizzato dai ribelli nei regimi dittatoriali per diffondere le proprie idee, quando in realtà tutto il resto è monopolizzato.

P: Infatti. Guarda, noi stasera, per fare un esempio, abbiamo riempito in prevendita il Teatro Montevergini, tutto esaurito in pochissimi giorni, grazie a Internet. Non abbiamo messo un manifesto, non abbiamo scritto a nessun giornale, non abbiamo fatto niente. Abbiamo affittato la sala, non siamo andati a bussare alle porte di nessun partito, di nessuna chiesa, non vogliamo niente. Ci siamo mossi tramite internet, Facebook…Si sono prenotate 220 persone da una settimana. Avremmo potuto avere tre concerti, riempire tre volte il teatro. Voglio dire, è lo strumento che ti garantisce la vera libertà, perché grazie a questo tu puoi esistere, senza passare dalle loro parti.

M: Giustissimo. Prima di salutarti, vorrei fare una specie di gioco di associazioni libere. Ti dirò una parola e tu, se vorrai, mi potrai rispondere con un aggettivo o un breve pensiero che ti viene in mente. Cominciamo: gli anni ’70.

P: Avventurosi.

M: Gli anni 80.

P: L’opposto di avventurosi (ride). Noiosi, aberranti.

M: Gli anni 90?

P: Aspetta, lì devo dirti qualcosa…A quali anni 90 ti riferisci? Perché i miei anni 90 non li ho più vissuti qua e quelli italiani non li conosco.

M: Giusto, ma non solo in Italia. Gli anni 90 come generazione, come eventi.

P: Mmm…No, non ti posso rispondere, perché gli anni 90 non li ho più vissuti contestualizzati a una generazione, a un paese, a un luogo geografico…Sono stato sempre in giro. Gli anni 90 sono stati i miei anni 90 ma potevo stare pure sulla Luna, sarebbero stati la stessa cosa.

M: Diciamo pure che eri tra “due isole”, citando il tuo album…

P: Magari un po’ più di due…

M: Il nucleare?

P: Uno specchio per le allodole.

M: La musica?

P: La salvezza.

M: La rima cuore/amore?

P: Beh, bellezza…Se cuore e amore esistono…

M: L’ultima: la vita.

P: Un’opportunità.

M: Ti lascio con una frase che mi ha particolarmente colpito e mi ha fatto pensare a te, la tua storia e la tua musica. Dice: “Se è arte, non è per tutti. Se è per tutti, allora non è arte”…e ti ringrazio per il tempo dedicato a Radionation.

P: Niente, figurati! Grazie a te.


(si ringraziano Pippo Pollina e Mirella Lampertico per la cortesia e la disponibilità e Valentina Muratore per le foto)

Share.

About Author

Uomo. Marito. Padre. Consulente web e marketing per professionisti e piccole aziende. Copywriter per passione e narratore di aneddoti per diletto. Nato senza rete, cresciuto con la rete...ma ancora di pesci nemmeno l'ombra. Forse è per questo che coltivo peperoncini.

Comments are closed.