Music dot Fran: Fistful of Mercy

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ph. Francesca Fiorini

Quest’anno si sono formati due supergruppi che mi hanno colpito. Alla prima prova, quindi sì, scartiamo i Grinderman. Uno è i Tired Pony, di cui parleremo molto superficialmente ma hanno fatto un album folk-alternative (oltre ai supergruppi quest’anno il folk, come genere, è andato via come il pane) e ha tra le fila gente come Peter Buck degli R.E.M. e Gary Lightbody degli Snow Patrol. L’altro sono i Fistful of Mercy.

Per questi ultimi tutto iniziò nel Gennaio 2010, con la performance di Ben Harper sul palco con Joseph Arthur durante uno show di quest’ultimo al Troubadour di Los Angeles. Tra i due fu subito intesa, e decisero che avrebbero dovuto lavorare assieme al più presto. Allo stesso tempo Harper conosce Harrison, suo fan dall’età di 17 anni, in uno skate park. Questi poi si chiudono nello studio di registrazione e danno vita a un album buono, non eccelso. Ma per le perdone che erano non potevano fare un’aberrazione. La stessa cosa dei Tired Pony, l’album è carino, le collaborazioni pure.

Ma.

Finisci che li senti dal vivo e cambia tutto. Se The place we ran from e Fistful of Mercy mi creavano (a me! è un mio giudizio! magari a voi rilassa) il classico abbiocco e il forte desiderio di bermi più di un espresso in alcuni tratti, mentre negli altri sincera ammirazione, li senti dal vivo e puff, svanisce l’effetto che prosaicamente chiameremo dupalle.

Anche perché magari l’album sì, non brilla di pezzoni. Anche se piacevoli, non prendono sicuramente il volo. Ma dal vivo, live è tutto perfetto. Tra le cover figurano “Buckets Of Rain” di Bob Dylan, “Pale Blue Eyes” dei Velvet Underground e “To Bring You My Love” di PJ Harvey. I tre suonano assieme come se lo facessero da secoli. Non c’è qualcosa che sbava, c’è molto l’impressione di un approccio di improvvisazione jazz in quello che stanno facendo. Inteneriscono le occhiate di Harrison verso Harper quando il secondo è al basso e il primo lo segue alla batteria. Qualcosa di corale, tre solisti che si congiungono e danno vita a un suono unico. Diverso, non spettacolare ma perfetto. Da filmare su dvd e far vedere nelle scuole.

Accompagnati da Jessy Greene al violino, figura deliziosa che ingentilisce i cappelloni sul palco portati da un Harrison che scatta foto come un giapponese alla folla, un Harper che se la ride e un Arthur, a mio parere non proprio in serata perfetta, che scioglie i suoi lunghi capelli.

In chiusura di concerto, dopo l’encore, viene chiesto di staccare tutti gli amplificatori. Ed è qui che la band suona realmente dal vivo. Stando in piedi sul bordo del palco i quattro intonano “With Whom You Belong” senza microfoni, senza niente. Con le persone in religioso silenzio e qualcuno (io) che tirava occhiatacce a chi si azzardava a fiatare per interrompere quell’atmosfera indescrivibile.

Menzione d’onore a quello che doveva essere il supporter e che invece è valso gran parte del biglietto: l’irlandese Vincent McMorrow, un Damien Rice dalla voce più sabbiata che mi ha letteralmente conquistata. Il suo album, dice lui, uscirà l’anno venturo. Lo aspettiamo.

Ultima cosa: ah, sì, recensore della data di Milano che ti ho letto in giro… In the Sun non è una cover di Michael Stipe e Chris Martin. È una canzone dello stesso Joseph Arthur che poi Stipe/Martin cantarono per la raccolta fondi per l’uragano Katrina, magari con maggior diffusione perché contano su una fanbase più larga. Se poi Arthur è meno famoso, beh, è sfiga.

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