Music Dot Fran: The National all’Alcatraz di Milano

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The National, live at Alcatraz, Milano
Ph. Francesca Fiorini

Chi sono? The National, da Cincinnati, Ohio. Si formano nel 1999 e sono composti dal cantante Matt Berninger, baritono, e dalle due coppie di fratelli Aaron e Bryce Dessner e Scott e Bryan Devendorf. Dapprima si trasferiscono a New York per motivi di lavoro legati al boom della new-economy. Lasciati poi i rispettivi lavori i cinque decidono di dedicarsi solo al loro progetto musicale e, nel 2001, pubblicano il loro album di debutto. Con il terzo album, Alligator, arriva il boom di successo, e iniziano a girare il mondo e i festival. Il quarto, Boxer, è considerato da molti un capolavoro e uno dei migliori album del decennio. Barack Obama userà la loro Fake Empire ai comizi e come sottofondo prima del discorso di vittoria alla Casa Bianca. Poi esce nel maggio di quest’anno High Violet, quinto album, con un ottimo successo di pubblico e critica.

Il concerto: uno di quelli dove tutti avevano un accredito (io no) o un biglietto da mesi preso appena la data era uscita (io neppure questo, l’ho preso al volo un mese fa, appena avuti dei soldi, e poco prima del sold out). Il fatto importante è che se l’avete perso vi è scappata di mano una cosa grande e al prossimo live nelle vicinanze di casa vostra dovete sentirvi in obbligo di tirare subito fuori gli euro per il biglietto, prima voi dei bagarini.

“Siete troppo educati per essere 3000 persone”, dice uno dei Dessner. Per chi infatti è abituata a ben altre scene questo concerto è uno stranissimo salotto vissuto nelle prime file. Si inizia relativamente tardi, alle 22, e questo costerà la dichiarazione di Berninger che al ritorno per l’encore ci dirà “ci hanno detto che dobbiamo suonare velocemente le ultime quattro canzoni perché alle 23:30 dobbiamo obbligatoriamente finire”. Le canzoni diventeranno tre, con Matt all’ultima che prende il decollo dal palco in stage diving, si butta sulla gente, parte dalla parte sinistra, si arrampica, continua a cantare benissimo come se non stesse facendo altro e ha invece la gente vicino a lui che tira il filo del microfono e cerca di circondarlo. Lui alla fine esce altrove dal locale, lasciando i suoi compagni a salutarci sul palco.

Ma facciamo un passo indietro.

Vestito di nero, Berninger arriva sul palco con l’immancabile bicchiere di vino in mano. Ce ne saranno tanti durante la serata e addirittura è presente una bacinella col ghiaccio. Bicchieri che eguagliano il numero di casini tecnici durante il concerto (che arriva fino alla sostituzione del microfono del cantante, lo stesso che poi scazza completamente Conversation16, se ne accorge, impreca elegantemente e passa alla seconda strofa sorridendo imbarazzato) e fanno tanto personaggio.

Bloodbuzz Ohio è l’orecchiabilità fatta persona e la gente inizia a cantare a mani tese verso il palco. Poi la voce morbida e avvolgente del cantante su alcuni pezzi si fa urlata, rabbiosa, disturbante, viscerale come in Squalor Victoria che è stato uno dei momenti più memorabili della serata. Le chitarre dal vivo non sovrastano, ma spicca voce e sezione ritmica. Il resto dei suoni è una amalgama perfetta che crea un substrato dove vanno a inserirsi Devendorf e le sue bacchette e Berninger una volta posato il bicchiere.

“Non la suoniamo da un sacco di tempo, speriamo di non rovinarla”, dice il chitarrista Bryce Dessner prima di attaccare Lucky you con la quale riprendono a suonare dopo la pausa e finiscono i siparietti dove Dessner e Berninger si beccano un po’ come vecchie comari. Parte il cantante su Mr November per la sua esplorazione del calore del pubblico perlustrando corporalmente tutta la transenna, e così si va verso la fine, col pubblico tra l’incredulo e il contento.

E con loro nelle orecchie il giorno dopo è stato difficilissimo ascoltare i miei amati Interpol senza trovare e provare lo stesso senso di sbigottimento su una cosa che non ti aspetti. Avete presente quella pubblicità del pinguino che ti schiaffeggiava per il freddo? Eh, tipo. Senza cose che ti prendono dentro e ti fanno oscillare di ammirazione riportandoti sorpreso come un bimbo. Col biscotto a ciucciare in bocca. Dannazione.

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