«Giornate a Righe» è l’album di debutto di Giovanni Leo, autore e sound designer romano, scritto a quattro mani con il pianista Ilario Ferrari, da anni attivo nella scena jazz londinese. Nove tracce di canzone d’autore che si appoggiano su un quartetto d’archi e ogni tanto scivolano dentro il jazz, con una gestazione lunga dieci anni: la scrittura è del 2014, la pubblicazione arriva solo adesso.
È un disco che si capisce meglio sapendo che Leo di mestiere disegna il suono — insegna al Cine-TV, ha lavorato per la Festa del Cinema — perché l’attenzione al dettaglio è la sua firma. Gli arrangiamenti dell’Ondanueve String Quartet non stanno lì a fare da sfondo, entrano ed escono con un compito preciso; e quando arrivano il contrabbasso di Edoardo Bombace e la batteria, il baricentro si sposta verso il jazz, con il beatbox usato come strumento vero.
I testi sono ironici e pieni di rimandi, dalla Beat Generation a Paolo Conte. Il brano che resta più impresso è AI-KO, monologo di un androide che non sa se ha davvero iniziato a pensare o è soltanto il sogno di chi voleva replicarsi: scritto oltre dieci anni fa, oggi fa un certo effetto. In Orizzonti medi la routine tra schermi e precariato si chiude con un verso del Paradiso di Dante, mentre I suoi passi leggeri mette da parte l’ironia e resta un padre che guarda camminare una figlia.
Va detto: non è un disco da primo ascolto, chiede un impianto attento e un po’ di pazienza. Ma se gli dai il tempo che merita, si apre e restituisce parecchio — soprattutto a chi ama sentire come è fatto un disco, oltre a cosa racconta. Un esordio anomalo nei tempi e costruito con una cura da studio di produzione, che è poi il posto da cui viene.