TARANTINO: «La fragilità oggi non mi fa più paura»

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Con Cuore a pezzi, Tarantino sceglie di non edulcorare il dolore, ma di attraversarlo fino in fondo. Il nuovo singolo è un racconto sincero di una frattura emotiva che rinuncia alle facili consolazioni per lasciare spazio ai dubbi, ai silenzi e a quella vulnerabilità che troppo spesso si cerca di nascondere. In questa intervista ci accompagna dentro il processo che ha dato vita al brano, riflettendo sul valore della fragilità, sul peso dei ricordi e su come la scrittura possa trasformare una ferita senza necessariamente guarirla.

1. Cuore a pezzi racconta una frattura emotiva senza mai cercare scorciatoie o facili consolazioni. C’è stato un momento in cui hai pensato di rendere il brano più “leggero” oppure hai sentito fin dall’inizio che dovesse conservare tutta la sua scomodità?

No, non ho mai pensato di alleggerirlo. E non per una scelta coraggiosa o consapevole, ma perché quella scomodità era l’unica cosa reale che avevo da offrire. Se avessi addolcito qualcosa, sarei uscito dal brano con le mani vuote. La leggerezza, in certi momenti, è solo un’altra forma di bugia. Cuore a pezzi nasce da un posto preciso, e tradire quel posto avrebbe tradito tutto il resto.

2. Scrivere di una delusione significa inevitabilmente tornare a riviverla. Quando hai concluso Cuore a pezzi, hai avuto la sensazione di esserti liberato di un peso o, al contrario, di avergli dato una nuova forma destinata a restare con te?

Né l’uno né l’altro, o forse entrambi. Non mi sono liberato del peso, ma ho smesso di portarlo in modo caotico. Scrivere non cancella niente, però trasforma la materia. Quello che era frammentato diventa qualcosa che ha una forma, un confine. Forse la parola giusta è che ho imparato a conviverci meglio, non a farne a meno.

3. Negli ultimi brani sembri raccontare le emozioni con una sincerità sempre più disarmante. C’è qualcosa che oggi riesci a mettere in musica con naturalezza e che, qualche anno fa, avresti preferito tenere soltanto per te?

La fragilità. Non la sofferenza in senso generale, quella l’ho sempre raccontata, ma la fragilità vera, quella che fa un po’ vergogna. Il momento in cui non sai spiegarti, in cui non hai una risposta, in cui sei semplicemente in balia di qualcosa più grande di te. Prima cercavo sempre una conclusione, un punto fermo. Adesso riesco a lasciare le cose aperte, e mi sembra più onesto.

4. Se Cuore a pezzi fosse l’inizio di un dialogo con la persona a cui è dedicata, quale sarebbe la domanda che vorresti farle e alla quale, ancora oggi, senti di non aver trovato una risposta?

Le chiederei se ha avuto paura. Non del finale, ma del momento prima, quando ancora tutto era possibile e abbiamo scelto comunque di non tenerlo. Quella zona lì mi è rimasta addosso, quella scelta silenziosa che non si nomina mai ma che decide tutto. Non so se avrebbe una risposta. Forse non ce l’ho neanche io.

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