Attak On The Radio: «La sostanza deve essere imprevedibile, senza compromessi»

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Con Best Part, gli Attak On The Radio fanno il loro ingresso ufficiale con un brano che sfugge alle definizioni più immediate. Rock, elettronica e tensioni industriali convivono all’interno di una scrittura che mette al centro l’impatto emotivo e la forza delle immagini, più che l’appartenenza a un genere preciso. Dietro il progetto si muove una visione chiara: costruire un’identità sonora capace di unire strumenti tradizionali e suggestioni digitali, in un equilibrio che richiama tanto l’atmosfera di un’officina quanto quella di un laboratorio creativo. In questa intervista la band racconta la nascita di Best Part, il proprio approccio alla composizione e le prospettive di un percorso che guarda già verso il primo album.

Con “Best Part” vi presentate con un suono che mescola energia rock, elettronica e una certa tensione quasi industriale: è una scelta nata in modo naturale in sala prove o il risultato di un’idea precisa che avevate già in testa come identità della band?

Tutto è nato da un’idea ben precisa di Luca Zamponi, nostro produttore e chitarrista, che ci ha trasmesso nuove idee e visioni soprattutto per quanto riguarda il sound.

Il brano sembra muoversi su un equilibrio tra immediatezza e caos controllato: quanto vi interessa mantenere questa sensazione di imprevedibilità, anche a costo di non risultare “puliti” o facilmente incasellabili?

Quello che ci interessa è il messaggio. La forma può mutare, può essere interpretata da orecchi diversi, può trasformarsi durante un’esibizione live, ma la sostanza deve essere imprevedibile per destare interesse, senza compromessi.

Essendo il vostro singolo d’esordio, “Best Part” funziona anche come una dichiarazione di intenti: che tipo di immaginario volete costruire attorno agli Attak On The Radio, oltre al singolo stesso?

L’identità della band è complessa, questo lo si può evincere anche dal nostro sound. La visione che ci guida è una musica suonata tradizionalmente e arricchita con il digitale che rispecchia l’ambiente di un’officina industriale, ma anche di un antico laboratorio.

Nella scrittura e nella produzione del pezzo si percepisce una forte componente fisica, quasi viscerale: lavorate più partendo dal suono e dall’energia oppure dai testi e dalle immagini che volete raccontare?

La nostra scrittura parte sempre da immagini. Intendiamo la musica come un’arte visiva. Colori e forme vengono espressi attraverso il sound e il modo in cui ci presentiamo.

In un panorama in cui molte nuove band tendono a cercare un suono molto definito e “riconoscibile” fin da subito, voi sembra abbiate scelto una strada più ibrida: quanto è stata una scelta consapevole e quanto invece un riflesso dei vostri percorsi musicali diversi?

“Best Part” è solo l’inizio, il brano portavoce di un disegno ampio. Gli elementi pop, rock ed elettronici che sono stati inclusi nel brano però torneranno e si dispiegheranno ulteriormente.

“Best Part” lascia l’impressione di un progetto ancora in piena evoluzione: state già lavorando a un percorso più ampio, come un EP o un album, oppure preferite far emergere la vostra identità passo dopo passo, singolo dopo singolo?

Stiamo effettivamente lavorando all’album in uscita in autunno. Oggi si usa far uscire un singolo per volta e per noi risulta un’ottima occasione per lasciarci scoprire passo dopo passo.

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