nicolainmusica e le “Pressioni”: crescere tra tensione, identità e ricerca di un posto nel mondo

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Pressioni” si inserisce in un momento preciso del percorso di nicolainmusica, quello in cui il racconto personale si intreccia sempre più apertamente con una dimensione collettiva. Il singolo affronta infatti un passaggio cruciale come l’ingresso nella vita adulta, osservato non come un evento definito, ma come un processo continuo, fatto di adattamenti, frizioni e ridefinizioni. È un territorio narrativo che l’artista sceglie di esplorare senza semplificazioni, mantenendo intatta quella tensione emotiva che attraversa l’intero brano.

La costruzione di “Pressioni” riflette questa instabilità. Nato in forma essenziale, chitarra e voce, il pezzo si sviluppa progressivamente verso una dimensione più stratificata, in cui l’intervento della produzione diventa decisivo. L’inserimento dei synth non rappresenta un semplice arricchimento sonoro, ma contribuisce a strutturare un senso di urgenza costante, amplificato anche da un’interpretazione vocale che si fa via via più ruvida, meno controllata. Il risultato è una coerenza tra contenuto e forma che sostiene l’intero impianto del brano.

Nel percorso di nicolainmusica convivono riferimenti diversi: da un lato una matrice sonora che guarda all’indie e all’alternative di area britannica, dall’altro una scrittura che resta ancorata al cantautorato italiano. Questa doppia appartenenza si traduce in un linguaggio riconoscibile, in cui il tema della ricerca del proprio posto — già presente nei lavori precedenti — continua a essere centrale.


“Pressioni” mette a fuoco il tema dell’ingresso nella vita adulta: quanto ti interessa raccontare questa fase di passaggio?

Molto perché è un tema caro non solo a me ma anche a molti della mia generazione.

Nel brano si percepisce una tensione costante: come hai lavorato per tradurla musicalmente?

All’inizio per questo brano, che è nato semplicemente con chitarra e voce, pensavo a una veste puramente acustica e minimale, con i pochi strumenti classici del rock. Poi, in sessione con Marco Melilli (il produttore con cui ho collaborato), ci siamo accorti che i synth avrebbero dato al pezzo un colore ancora più efficace e memorabile. Questo ha contribuito sicuramente al senso di tensione costante. Poi sicuramente anche la voce che più va avanti il pezzo più si sporca.

Le influenze indie e alternative emergono chiaramente: quanto pesano nel tuo processo creativo?

Sicuramente molto. I miei riferimenti nel sound sono molto british ma come scrittura mi sento vicino a un certo cantautorato italiano.

Hai iniziato a suonare per caso, con una chitarra trovata in casa: cosa ti ha fatto capire che sarebbe diventato qualcosa di serio?

Non l’ho mai capito in realtà. Ho semplicemente continuato perché trovo nella musica la mia dimensione più autentica. Vediamo dove mi porterà…

Nei tuoi pezzi c’è spesso una ricerca di appartenenza: è un tema che senti ancora aperto?

Certo, la mia generazione è costantemente in cerca del proprio posto, e così lo sono io. Spesso questo posto bisogna costruirselo per forza di cose lontano dalla casa dove si nasce. È un tema a me molto caro, forse quello che mi ha portato a scrivere i miei primi brani.

Che tipo di risposta ti aspetti dal pubblico su un brano così personale?

Non mi aspetto nulla. Ciò che viene mi prendo. Sono già felice perché le persone a me vicine che l’hanno ascoltata mi hanno dato dei bellissimi feedback. Per me questo significa già molto.

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