Musica, digitalizzazione e supporti fisici

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Non sono poi così distanti gli anni in cui, per ascoltare musica, l’unico modo era una musicassetta e un lettore di nastri, magari il Walkman o uno delle migliaia di dispositivi analoghi che, sull’onda del successo di quello Sony, hanno permesso per la prima volta di ascoltare musica in cammino; eppure sembrano tempi lontanissimi e quasi primitivi, nell’era di internet, dello streaming e delle piattaforme on demand. La rivoluzione digitale, infatti, ha travolto con il suo progresso qualsiasi campo, in particolar modo in relazione a quelli legati all’intrattenimento: basti pensare alle proporzioni fra fisico e digitale in videogiochi, libri, film, serie tv e anche, per quanto qui interessa, la musica. La produzione e la circolazione di musica oggi è perlopiù affidata alla rete, con i supporti fisici che lentamente cedono il passo e che paiono destinati a scomparire. Si tratta di una strada segnata quindi, oppure rimangono degli spazi per i supporti musicali?

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A una prima osservazione, ben poco spazio parrebbe rimanere per i supporti fisici, anche in ragione della loro storia. Da quando la musica circola, infatti, si sono succeduti numerosi supporti, tutti soppiantati da quello successivo in ragione, tendenzialmente, della sua maggiore capacità. Basti pensare alla sequenza costituita da vinile, musicassetta e CD: si tratta di tre supporti che, sostituendosi l’uno all’altro, hanno accompagnato intere generazioni nell’esplorazione e nella formazione dei propri gusti musicali. Il CD, come supporto musicale, è stato il primo a fare i conti con la digitalizzazione delle tracce audio, trattandosi del primo a entrare in contatto con la musica circolante in rete. Per un periodo ha rivestito una duplice veste: da un lato mezzo di ascolto della musica, dall’altro strumento di archiviazione sul quale conservare la musica circolante in rete. Questa seconda declinazione, in effetti, è quella che ne ha segnato il declino: era solo questione di tempo prima che il progresso, come puntualmente ha fatto, introducesse dispositivi di archiviazione caratterizzati da maggiore capacità di memoria e, di conseguenza, versatilità, relegando il CD ai margini del progresso musicale. Strumenti come le playlist digitali, inoltre, concedono un livello di personalizzazione mai visto prima, permettendo di creare sequenze di brani adatte a ogni contesto, compresi i più particolari, e se ne può oggi fruire da semplici applicazioni di streaming, gratuite o a pagamento, eliminando quindi la necessità di uno strumento apposito.

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Ma, come spesso accade, una lettura troppo superficiale rischia di ignorare aspetti che, debitamente considerati, sono in grado di fare arrivare a conclusioni diametralmente opposte. Uno di questi aspetti è quello legato alla qualità delle tracce audio, aspetto tecnico spesso poco considerato. Si sente spesso dire, in difesa dei supporti fisici, che il suono ha un tono diverso, tendenzialmente migliore. Si tratta di una conseguenza del fatto che le tracce audio, in rete, devono necessariamente accettare compromessi. Per la loro agile circolazione è necessaria una compressione che ne riduca le dimensioni, cosa ottenuta a scapito della loro qualità: si tratta di differenze macroscopiche per l’orecchio. A titolo di esempio, la versione premium di Spotify permette di ascoltare brani spingendosi fino a 320kbps, mentre una traccia registrata su CD ha un bitrate di 1411kbps: naturalmente, oltre che sulla qualità, il maggior bitrate influisce sulle dimensioni, ma trattandosi di una registrazione slegata dalle esigenze della rete è un problema che il CD può permettersi di ignorare. Similmente a ciò che capita nel mercato dei prodotti visivi, quindi, la qualità è determinante per la sopravvivenza del supporto fisico.

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Un ulteriore aspetto, più soggettivo, è invece legato all’aspetto “estetico” dei supporti fisici. Esattamente come accade per film e serie tv, ma anche per libri e videogiochi, l’aspetto collezionistico ed espositivo gioca un ruolo centrale nella propensione a preferire un supporto fisico rispetto all’archiviazione digitale. Una libreria piena, di libri o titoli per console, soddisfa lo stesso bisogno di una rastrelliera piena di cd musicali o vinili: creare una propria collezione. È proprio questa la molla che ha spinto molti produttori a puntare su edizioni particolari: raccolte, cofanetti e discografie complete sono tutte formule che puntano a dare all’oggetto fisico un valore visivo aggiunto, garantendone la sopravvivenza in un mercato che punta al collezionismo.

In definitiva, se è vero che il supporto fisico è ormai secondario rispetto al digitale, ciò non implica che il secondo sia destinato a una totale sostituzione del primo: sebbene in nicchie non destinate alla grande distribuzione, il supporto fisico si dimostra ancora oggi insostituibile per gli appassionati.

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