Photogallery: King gizzard and the lizard wizard, Alcatraz Milano, il 15 ottobre 2019

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Gli australiani KING GIZZARD sono una delle band piu prolifiche del pianeta, una delle rare storie di successo rock degli ultimi anni: giovanissimi (poco meno che trentenni) e attivi solo dal 2010, hanno realizzato ben tredici album, dei quali cinque solo nel 2017, divenendo così da cult band a promessa mondiale del rock psichedelico. Per noi c’era Francesca Fiorini

 

Con un sound che fonde garage, freak folk, prog, surf, jazz fusion e heavy metal, la formazione guidata dal polistrumentista Stu Mackienze fa ritorno sulla scena musicale quest’anno con il nuovo singolo “Cyboogie”. Un assaggio del loro nuovo lavoro dopo la pausa presa lo scorso anno al termine del tour e la pubblicazione di “Flying Microtonal Banana”, “Murder of the Universe”, “Sketches of Brunswick East”, “Polygondwanaland” e “Gumboot Soup”.

Se i loro album vengono osannati dalla critica, i loro energici live sono anche meglio, esplosivi, frenetici e grondanti di sudore, aprono la lista dei paragoni eccellenti, dagli alfieri del revival psichedelico Tame Impala, a dei novelli B-52 fermentati con yogurt acido, fino all’eclettismo dei Flaming Lips, adagiando definitivamente la psichedelia nelle braccia del lo-fi per dar vita a un nuovo archetipo di garage-psych-rock da era tecnologica.

La loro storia comincia nel 2010, quando i sette ragazzi abbattono le barriere territoriali e la distanza di 400 chilometri tra Anglesea e Deniliquin, che li pone su due poli dell’Australia, per dare vita a tutte le idee sviluppate durante i loro studi universitari a Melbourne. Stu Mackenzie, Joe Walker, Eric Moore, Ambrose Kenny-Smith, Lucas Skinner, Cook Craig e Michael Cavanagh mettono nel loro contenitore sonoro una quantità d’influenze musicali, destabilizzando il linguaggio psichedelico alla maniera di Frank Zappa: tre chitarre, un’armonica distorta, ritmi incalzanti e destrutturanti (due batteristi), testi che hanno il solo scopo di indurre il canto verso la rabbia e la grinta, e soprattutto tanto rock’n’roll:

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