Waldeck ritorna con “Atlantic Ballroom”

0

Dopo aver da poco festeggiato il decimo anniversario di “Ballroom Stories” (2007), ad oggi l’album di maggior successo di Klaus Waldeck, l’artista austriaco e la sua etichetta Dope Noir Records, trovano che è giunto il momento perfetto per presentare il nuovo album, dal titolo promettente, “Atlantic Ballroom”.

La nascita di “Atlantic Ballroom”, o il ricordo delle cose passate.

Waldeck oltre a decidere ancora una volta di non scaldare vecchie ricette con il nuovo album ha voluto creare un sound che richiami ancora l’idea della “ballroom”, ma questa volta l’atmosfera che scaturisce dalla sua musica è incredibilmente rinfrescante e comunica un senso di ottimismo. Chi ascolta non ha la percezione del lungo lavoro creativo, ma viene immediatamente attratto dall’incantesimo della “Atlantic Ballroom”. Come nei suoi lavori precedenti, Waldeck sottolinea la sua capacità di creare un nuovo universo sonoro. La sua musica ti fa sentire come se ricordassi qualcosa che non hai effettivamente vissuto.

Waldeck suona con riff jazz fumosi e frasi di piano blues. Puoi sentire un pizzico di elettronica viennese, ma è sempre un riferimento discreto. Ci potremmo chiedere come sia possibile produrre un album così rilassato e di grande qualità, quando le circostanze sembrano tutt’altro che facili. Waldeck sottolinea: “Di solito non è facile creare leggerezza tra chi ti ascolta”.

“Rough Landing”, il brano di apertura, indica la direzione. La canzone sarebbe perfetta come titolo per un film di James Bond ancora da girare (forse “James Bond in Paris” nel 2024?). La musica che si respira si adatta al titolo dell’album, perché in qualche modo i 12 brani sembrano molto “transatlantici” e si riferiscono ai primi anni ’60, un tempo in cui molti musicisti jazz americani imperversavano a Parig. La melodia accattivante “Never let you go” – una leggera concessione per gli amici dello swing – sembra anche francofila e riflessiva.

Le influenze musicali in questo album spaziano da Henry Mancini, John Barry, Wes Montgomery, Fats Waller, Lalo Schiffrin a Dave Brubeck. Mentre il clarinetto era ancora il protagonista di “Ballroom Stories”, gli ottoni, in particolare la tromba, ora dominano in “Atlantic Ballroom”.

Tra i cantanti coinvolti spicca la presenza di Patrizia Ferrara, ma accanto a lei troviamo sia quella che è da sempre l’anima gemella di Waldeck, il leggendario Joy Malcolm a cui è affidata la prorompente hit Northern Soul “Keep my Fire Burning” e il viennese Big John Whitfield in “Bring my Baby Back Home”.

Ironia del destino o semplicemente intuizione: proprio come “Ballroom Stories” si riferiva ad un’epoca influente, vale a dire gli anni 1920 e 1930, oggi “Atlantic Ballroom” cattura musicalmente – quasi in tempo reale – la fine di un era: l’ordine postbellico dell’alleanza transatlantica, un ordine per molti inconfutabile e che oggi sembra essere stato irrimediabilmente scosso.

Share.

About Author

Comments are closed.