Interviste: Galeffi

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Forse qualcuno ricorderà che Batistuta fu venduto dalla Fiorentina alla Roma nel 2000, causando grande tristezza ai tifosi della viola. Per giunta, oltre il danno la beffa, in quella stagione Batigol fruttò alla Roma uno scudetto, anche quello vissuto abbastanza male da chi tifa per la squadra toscana, dato che la Fiorentina non ne vince uno dal 1969: era quasi come se l’avessero rubato a loro, così dicevano! Tra questi c’era anche il mio babbo, che giuro, dopo quasi vent’anni ancora ne parla.
Sia quel che sia, la cosa positiva è che a gioire di quello scudetto nel 2001 c’era un ragazzino romano di dieci anni, che qualche anno dopo ha riversato quella gioia provata, oltre a tutto il suo spirito romantico e la sua inclinazione e talento per la melodia pop, nel suo disco di debutto, che ha chiamato per l’appunto “Scudetto”.
Nel marasma caotico della scena it-pop attuale, in cui produrre un disco che suoni bene non sembra poi così difficile, dato che riescono a farlo davvero in tanti e con successo di pubblico, la differenza la fa proprio la dimensione live di un artista.

Galeffi, 24 febbraio 2018, tender:club. foto di E. Birardi

Galeffi, al secolo Marco Cantagalli, ne è un esempio lampante: è nel vederlo esibirsi che si comprende la sua diversità rispetto ai molti che emergono di questi tempi, perché è immediatamente chiaro che ci si trova al cospetto del talento vero, oltre che di qualcuno che si è evidentemente fatto le ossa e sa quello che fa, e lo fa bene e senza alcuna approssimazione, anche accompagnato da una band di elementi molto in gamba.
Abbiamo fatto due chiacchiere alle due passate di notte, dopo il suo dj set alla Limonaia di Fucecchio durante la notte tra il 12 e il 13 giugno scorso, una ventina di minuti in cui abbiamo parlato di un sacco di cose, tra cui della sua gavetta, del suo modo di vivere il live e della sua ispirazione, soprattutto di natura romantica. E della Roma, sua cocente passione insieme a quella per Birra, la sua cagnolina. Perché anche se può sembrare irrilevante, noi siamo la somma di tutto quello che fa parte e che amiamo delle nostre vite, cani e squadre di calcio comprese!


Nel panorama dell’it-pop attuale sembra che sia molto facile uscire con un album, a volte si ha addirittura la percezione che gli artisti spuntino fuori dal nulla, e che senza nemmeno troppa gavetta ed esperienza arrivino ben presto, grazie ai social media e alle piattaforme di musica in streaming, a raggiungere un certo successo. La tua esperienza invece sembra assolutamente diversa, la tua gavetta l’ho sentita raccontare come lunga e variegata, e il tuo disco “Scudetto”, uscito a novembre dell’anno scorso, ha avuto una gestazione di anni. Me ne vuoi parlare?
Ho iniziato a suonare dal vivo nel 2011, a Roma, prima da solo poi con una band che ho sciolto nel 2013. Poi per quasi due anni non ho suonato perché anche se continuavo a scrivere canzoni non mi andava più di esibirmi. Lavoravo in quel periodo, non avevo più troppa voglia di mettermi in gioco. Però, degli ultimi sette anni, cinque li ho passati a suonare dal vivo, ho iniziato anche relativamente presto perché adesso ne ho ventisette. Questo disco in realtà nasce circa tre anni fa, ed è uscito così tardi perché inizialmente non volevo pubblicarlo, non mi andava. Piano piano ho iniziato a far sentire le canzoni ai miei amici, che mi hanno detto registrale, perché sono carine, e così ho iniziato ad arrangiarle insieme ad un mio amico produttore, Alessandro, ma non avevamo troppa fretta. Poi abbiamo iniziato a suonare questi pezzi in acustico io e Gigi (Luigi Winkler, chitarrista della sua band), pianoforte, chitarra e voce e per quasi un anno abbiamo girato Roma e il Lazio così. A quel punto, dato che soprattutto a Roma cominciavamo ad avere un seguito importante, si sono affacciate tutte le etichette indipendenti, allora mi sono detto ok, devo fare una scelta, potrebbe essere l’occasione buona per farlo di mestiere. Così è iniziato questo percorso.

Quando è nata la tua passione per la musica, hai sempre suonato?
La musica mi è sempre piaciuta, anche grazie ai miei genitori, che anche se sono due persone che lavorano nel campo scientifico sono sempre stati appassionati e me ne hanno sempre fatta ascoltare tanta. Personalmente ho cominciato ad approcciarmi in prima persona alla musica tra il secondo e il terzo anno di liceo perché c’era questa ragazzetta che mi piaceva e dato che non ero tanto carino al liceo (ride), o quanto meno ero ancora un ragazzino, nella mia testa pensavo che se le avessi scritto una canzone avrei avuto una chance, avrei compensato il fatto che ancora non ero fisicamente un maschio alfa… non che adesso io lo sia, ma allora ero proprio piccoletto… anche se di testa non ero affatto un ebete. Quindi mi sono detto: magari se le scrivo una canzone si appassiona a me. E invece no, non s’è appassionata per niente. Da lì però ho cominciato a scrivere le prime canzoni d’amore, ed è scoccata la scintilla. Ho cominciato a prendere lezioni di canto, a studiare da solo prima la chitarra e poi il pianoforte, che poi ho scelto come strumento da autodidatta, poi anche un po’ la batteria.

Non sei uno di quelli che i genitori hanno spedito a studiare uno strumento da piccolo, comunque.
Da piccolissimo, ai tempi delle scuole elementari, ho preso delle lezioni di piano, però non mi piaceva. Perché comunque quando sei piccolo i maestri ti fanno fare un sacco di solfeggio, ti insegnano a leggere la musica, però questo ti da meno soddisfazioni di metterti a suonare. Quindi ho mollato e mi sono messo a giocare a pallone, della musica non me ne fregava proprio niente. La sentivo, ma non era un’idea concreta.

Una cosa che mi ha sempre colpita di voi artisti che scrivete è la capacità con cui riuscite a mettere in piazza faccende molto delicate della vostra vita privata. Nelle tue canzoni, quelle che abbiamo potuto sentire almeno, parli molto di faccende sentimentali, ma in particolare mi ha colpita il tuo ultimo singolo, “Uffa”, uscito a maggio. Con grande sincerità ci hai raccontato di una storia finita, di certo non bene. Scriverla e condividerla per te è stato anche un modo di affrontare un trauma?
Beh, sì, è stato un periodo tosto. In realtà avevo altre canzoni che avevo scritto precedentemente a “Uffa”, però serviva proprio a me cantare quella canzone adesso, come per dirmi: okay, da qui si riparte. In effetti questo tour e questa piccola grande esplosione del mio progetto ha coinciso con un grande dolore sentimentale. In questo momento sono un po’ più sereno sulle questioni di cuore, mi sto un po’ riprendendo, però sì, mi serviva proprio quella canzone lì che ho scritto un po’ di getto, rabbiosa. Durante questo tour ho fatto quaranta date e cantare queste canzoni, che parlano di una storia d’amore nata da poco, che stai costruendo a mano a mano e poi ritrovarsi a cantarle per nessuno, nella mia testa è stato faticoso, non c’era più la persona per cui le avevo scritte. Mi serviva una canzone per ripartire. Ce n’erano altre più o meno belle, più o meno sentimentali o di altra tematica, ma questa era necessaria per me, per vivere meglio.

Raccontando di cose così private si rischia di mettersi alla mercé del mondo che ti circonda, specialmente considerando che siamo ormai una società in cui ci si interfaccia molto gli uni con gli altri sui social, dove chiunque in fondo può ficcare il naso negli affari di tutti. Come la vivi questa esposizione, è strano per te pensare che dei completi estranei conoscano fatti della tua vita privata oppure lo accetti, perché in fondo sei stato tu a condividerli?
Più che altro è una cosa a cui non penso, né la accetto né non la accetto. È un fatto con cui fai pace e a cui dai poca importanza. Di base cerco di essere il più sincero possibile con i fan, sia in quello che scrivo sia in quello che dico in pubblico, o sui social. Alla fine credo nell’intelligenza delle persone, quindi se il fan x si chiude, mi stalkera, oppure magari da quello che scrivo si fa tutta una storia in testa, sono problemi suoi. Scrivo quello che mi sento di scrivere, comunque anche per condividerlo perché è figo farlo: di base, se non ci sono i fan non esisto nemmeno io. Come nella religione, se non esiste chi crede non esiste nemmeno la divinità. Non che io sia un dio (ride)… ma il rapporto è quello. Quindi, tendenzialmente a un certo livello di quello che pensa la gente non me ne frega niente, anche perché sennò non avrei fatto uscire “Uffa”. Mi preoccupano più altre cose, tipo se scrivessi una canzone che alla gente non piace. Quello mi spaventa di più, perché vorrebbe dire che dovrei tornare a fare altri lavori. Finché la mia musica piace io sono contento.

Cambiando totalmente argomento, in questo momento musicale italiano sembra che Roma sia il centro del mondo, molti degli artisti più di successo degli ultimi anni vengono dalla tua città, c’è un fiorire continuo di nuove proposte. Sembra quindi ci sia una vera e propria scena romana.
A Roma c’è un grande movimento culturale, nel senso che il mondo indie pop è seguitissimo in questo momento ed è un must parlare sempre di questa cosa qui. Tra i pischelli dell’età mia è entrato nel quotidiano il chiedersi l’hai sentito il nuovo pezzo diche ne pensi di questo o quello. Magari prima si parlava solo della Roma, della Lazio, comunque di pallone, adesso invece si parla anche di musica, con le persone che ne sono interessate. È diventato “pop”: come parli del nuovo film figo che esce, parli anche della nuova canzone figa che esce. Direi che a Roma in questo momento c’è proprio un movimento culturale, più che una scena.

Dato che mi citi il pallone, in effetti per te è anche quello un fattore di non poco conto, perché oltre che romano, sei un romanista sfegatato. Ho letto qualche tempo fa del perché il tuo disco si chiama “Scudetto”, anche se probabilmente io non dovrei parlare di calcio perché in materia sono molto ignorante, e della tua squadra so solo che il mì babbo, da tifoso della Fiorentina, è ancora arrabbiato per quella faccenda di Batistuta!
Io ho sempre giocato a pallone, il mio sogno, infatti, più che di essere musicista, era diventare calciatore. Purtroppo sui quindici, sedici anni ho smesso di giocare perché iniziavo ad andare male a scuola, cominciavano le prime cose con le ragazze, quindi il tempo era sempre di meno. Se hai una passione devi rispettarla e io non riuscivo ad essere al 100% dentro il calcio, quindi ho lasciato. Gioco a calcetto ogni tanto, per divertirmi. Però sì, sono iper romanista, tradizione di famiglia, un po’ come il tù babbo (dice cercando adorabilmente di imitare il mio accento toscano)… però la Fiorentina mi sta simpatica!

Marco con la maglia di Batigol sul palco del tender:club, 24 febbraio 2018 – foto di E. Birardi

Ho notato. Portavi una maglia importante al tuo concerto di febbraio scorso al tender:club di Firenze!
La maglia di Bati della Fiorentina. A noi ha fatto vincere uno scudetto, quindi sia lodato Batistuta!

Tornando a parlare di musica, il tuo punto di forza, il fattore che ti distingue da molti dei progetti che si ascoltano di questi tempi, è la tua dimensione live. Hai suonato moltissimo da quando hai cominciato il tour in autunno, hai fatto circa cinquanta date, un bel battesimo del fuoco, quindi. Adesso che cominciano i festival estivi ti rivedremo su palchi importanti, di recente ho letto dell’entusiasmo per il MiAmi e per lo Sherwood, e a luglio tornerai in zona, al Reality Bites Festival. Come ti aspetti che andrà quest’estate di concerti?
Oddio, spero bene, anche perché ci tengo! Proprio perché ho suonato molto dal vivo… l’indie, almeno per la metà dei suoi protagonisti, ha come esponenti persone che prima di esplodere non hanno avuto esperienze, quindi io sono molto fiero di averci messo, tra una cosa e un’altra, sette anni ad uscire. Do molta importanza al live, perché è tramite questo che si è creato quel passaparola che ha portato le etichette a contattarmi, non perché sono stato io a mandare loro i miei pezzi. Sono state le etichette a corteggiarmi, ed è una bella cosa.
È nato tutto dal live. Perché il live è vivo, è vero, è la cosa più vera che c’è.
Siamo in un mondo in cui l’esibizione dal vivo in un certo senso ha perso un po’ il senso che c’era prima. In verità da una parte è bello perché adesso si è un po’ riaccesa l’abitudine al live, perché con l’esplosione di questi piccoli grandi cantanti indipendenti la gente invece di andare a spendere quindici euro in discoteca li va a spendere ad un concerto, e questo è già positivo, ma quelle persone che stavano a far finta di divertirsi in discoteca, a volte non capiscono molto di musica, quindi a volte non distinguono molto quanto chi hanno davanti possa essere più o meno bravo. Le persone che hanno quel tipo di cultura in ambito musicale di base rimangono quelle, soprattutto sono quelle che lavorano in questo campo, non tutti hanno l’orecchio per capire chi non sta lì per caso. Che poi il caso non esiste mai, perché se stai lì un motivo ci sarà, o per lo meno ti può andare bene una volta, poi ti devi svegliare se vuoi rimanerci.
Per quanto mi riguarda, per il live, sono molto contento perché molti addetti ai lavori ci hanno fatto complimenti, e questo è molto bello. Vorrei che piano piano questa cosa prendesse sempre più piede, perché mi fa stare più sereno e perché dà un sacco di soddisfazione sentir cantare le tue canzoni. In un certo senso è una cosa strana, perché sono nate in casa tua e poi magari ti ritrovi davanti mille persone che te le cantano, alla fine lo fai anche per quello.

L’ultima cosa di cui vorrei parlare con te è un po’ stupidina, ma da grande amante dei cani non posso esimermi. Mi piace moltissimo come spesso la tua cagnolina sia presente nei tuoi pensieri, e di conseguenza sui tuoi social. Le hai anche dedicato un posto nei ringraziamenti del tuo disco!
Anche io sono un grande amante dei cani. Odio i gatti però, perché sono allergico. E poi sono un po’ stronzi, pensano sempre a loro, come gli umani. I cani invece ti danno soddisfazione. Io sono innamorato di Birra, che ha dodici anni.

Ho visto la foto del suo compleanno!
Esatto, le ho fatto la finta torta. Adoro Birra, è il proprio il mio cane. Anche se abito ancora con i miei genitori e mio fratello e sta in questa casa con quattro persone, di base è il mio cane: me la devo portare io tutti i giorni fuori, le devo dare da mangiare, da bere, accarezzare, spazzolare, farle la toletta, Birra è la mia migliore amica, ci parlo proprio, perché lei parla. Quando sto male si mette a piangere con me, è umana. Poi è un po’ viziata, la vizio tantissimo: dorme con me a letto, non le piacciono più i croccantini e devo fare la pasta pure a lei, però mi fa morire dalle risate, è una pazza totale! Adesso si sta un po’ rincoglionendo, perché ha dodici anni e comincia a essere un po’ cieca, un po’ tonta per certe cose, mi fa proprio morire. Birra è la cosa più bella che c’è!

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