Interviste: Siberia

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Siamo un paese in cui le classifiche dei dischi più venduti hanno sempre riflettuto l’amore degli italiani per la canzone nostrana, ma mai come negli ultimi due o tre anni questa tendenza è stata così marcata, soprattutto nei gusti della generazione che sta diventando adulta adesso, causando un fiorire di artisti emergenti, molti arrivati al successo in maniera velocissima e roboante, sull’onda di un entusiasmo collettivo travolgente. Un clima dei migliori, insomma, per pensare a un progetto musicale, ma non sempre la quantità di nuove proposte premia l’originalità di un progetto, o viaggia di pari passo con la qualità.
Questo non può essere detto per i Siberia, quartetto livornese formato nel 2010, che non sono simili quasi a nulla di quello che si può ascoltare di questi tempi. Le loro basi sono solide nella new wave, con sonorità che richiamano sia mostri sacri come i Joy Division, sia i nostrani Baustelle, oltre che a fenomeni indie rock anni 2000 come Interpol ed Editors, nel frattempo strizzando l’occhio a sonorità da ballata acustica, e di recente più rivolte al pop elettronico, specialmente nel loro secondo disco “Si Vuole Scappare” uscito il 23 febbraio scorso per Maciste Dischi.
Le loro liriche richiamano tematiche dark di una certa cupezza, a tratti fatte di narrazioni dolcissime e più leggere, a volte assolutamente spudorate nel richiamare la brutalità delle miserie e dei difetti della loro generazione.
Personalmente, per caso o per fortuna, gli ho scoperti durante la notte della vigilia dello scorso Natale, e sono stati per me un regalo bello e inaspettato. Per questo ho colto al volo l’opportunità di poter fare qualche domanda al loro lead singer, Eugenio Sournia. Questo è il resoconto della nostra lunga, amichevole chiacchierata di circa una settimana fa.  

Il 3 marzo avete cominciato ufficialmente il vostro tour al Cage di Livorno. I pareri che ci sono arrivati da chi era presente sono stati entusiastici. Raccontami com’è andata.
Suonare nella propria città è sempre un’emozione diversa, perché ci sono molte facce note tra il pubblico, quindi è un po’ come raccontare una cosa ai propri genitori. Da una parte è bello confrontarsi con qualcuno che ci conosce da tanto tempo, dall’altra invece si ha sempre una reazione diversa rispetto a quella dei veri e propri “fan”, perché sono persone che ti conoscono. Il Cage è un club molto bello, dove abbiamo già suonato altre volte in fasi meno mature della nostra carriera, ci piace suonare lì. È stato bello proporre questi nuovi pezzi, li abbiamo registrati ormai diversi mesi fa, era la prima volta che potevamo farli dal vivo e questo è stato molto, molto bello. Con questo disco vogliamo cercare di proporci alla scena italiana, fare questi pezzi al Cage è stato significativo, ma allo stesso tempo siamo molto curiosi di vedere quale sarà la reazione in altri luoghi e su altri palchi.

Come vi è sembrato suonare il nuovo album dal vivo per la prima volta?
Rispetto a quello che abbiamo fatto in passato è un disco molto più elettronico, avevamo il timore che questo potesse suggerire una minore spontaneità dal vivo, mentre invece al di là di alcune cose inevitabili, tipo la necessità di suonare al metronomo per via delle basi, siamo contenti che, secondo noi, non si sia smarrita l’energia, in qualche modo parte della rozzezza che ci caratterizza dal vivo. Siamo una band che punta molto sulla forza del live, nel senso di fare un qualcosa di un pochino più rozzo ed energico rispetto al disco vero e proprio, e spero che questo si sia riusciti a farlo.

Non vi ho mai potuti vedere dal vivo finora, quindi forse non posso giudicare, ma sinceramente l’aggettivo “rozzo” mi stona molto usato per descrivere quello che fate! Mi verrebbe da dire, magari, “spontaneo”…
Allora diciamo “energico”! Noi abbiamo la volontà di far sì che il disco suoni più caldo dal vivo che nella riproduzione. Quando viene ascoltato da un supporto deve suonare perfetto, in modo da poter cogliere tutte le sfumature, quando lo ascolti dal vivo invece deve arrivarti un po’ una botta in faccia. L’idea sarebbe questa, poi non possiamo sapere effettivamente quale sia la resa.

Parlando nello specifico del vostro nuovo album, Si Vuole Scappare, la cosa che ovviamente salta subito all’attenzione dell’ascoltatore è che pur rimanendo nella traccia di ciò che avete fatto in precedenza, suona molto diverso. Parlami un po’ di questa vostra evoluzione verso la musica più elettronica.
Siamo nati un po’ come gruppo chitarristico, anche se io in realtà, come formazione sono più un pianista. Nessuno di noi smanettava con l’elettronica o con le tastiere, inoltre volevamo avere un impatto un po’ più energico. Banalmente poi ci siamo resi conto che la scena stava andando da un’altra parte, e che quello che importava di più fosse la nostra attitudine. Non abbiamo un suono che è un marchio di fabbrica e non si può toccare, per dire, non siamo i Joy Division. Al di là del paragone, mi riferisco a band che hanno una formula molto precisa a livello sonoro e in un certo senso sono condannate a ripeterla, tant’è vero che per loro è stato necessario il cambiamento in New Order per poter fare qualcosa di nuovo, al di là della tragedia che c’è legata dietro. Alla fine abbiamo sempre avuto la canzone come primo obiettivo, tant’è che anche nel nostro primo disco c’era una certa varietà, per esempio Laura era una canzone completamente acustica, che è una cosa che nella new wave classica non c’entra tantissimo. Quando abbiamo visto che le cose più moderne stavano andando in una certa direzione, abbiamo scelto di fare qualcosa che fosse anch’esso più moderno per non confinarci in una nicchia, perché quello che c’è sempre importato di più è mettere l’arrangiamento al servizio delle canzoni, non volendo fare torto a queste andando a scegliercene uno che suonasse datato.

Parlando del lavoro che avete fatto prettamente in studio, sembra che il maggiore impatto sul risultato sia venuto dall’incontro con il vostro producer, Federico Nardelli. Pensi che senza la sua presenza il risultato sarebbe stato molto diverso, o era comunque quella la strada che avreste preso?
Nardelli è molto bravo, è una persona con cui ci siamo trovati benissimo anche a livello umano. Avevamo paura che questo disco sarebbe suonato molto, molto, molto pop, quando invece alla fine, quando lo vai ad ascoltare, i contenuti lo relegano verso un certo tipo di musica più d’autore. Non sarebbe comunque stato un disco sulla scia del primo, quello che stavamo già facendo autonomamente non lo era, ma di sicuro avremmo insistito di più verso gli aspetti più oscuri, dark. Nardelli ci ha tolto un po’ della paura che avevamo di fare pop, tirando fuori le caratteristiche di orecchiabilità e melodicità di queste canzoni. Alla fine è stato un lavoro che ci è servito per questo disco, e allo stesso tempo ci ha anche fornito una lezione per il futuro. È importante fare qualcosa che abbia un valore assoluto, ma bisogna anche cercare di venire incontro al pubblico, offrendogli qualcosa che, al di là del suo contenuto intrinseco, possa avere anche una forma accattivante.

Mentre nel vostro primo disco avete affrontato svariati argomenti, in questo secondo invece il filo logico di brano in brano è molto preciso. Si avverte il disagio di sentirsi bloccati in un certo momento della vita: è più paura di rimanere bloccati o di andare avanti?
Direi che la paura è di rimanere in un’eterna adolescenza, sia da un punto di vista personale che generazionale. Grazie a internet siamo molto più in contatto con i pensieri delle persone della nostra fascia d’età, che hanno i nostri stessi gusti musicali per esempio, cosa che in passato poteva avvenire solo di persona. In questo modo emergono maggiormente gli aspetti negativi, perché da dietro uno schermo ci si fa un’idea che è scevra da quella che è effettivamente la personalità della gente. Quello che mi arriva è che tanti nostri coetanei siano bloccati in questa situazione di desiderio/costrizione. Penso dal punto di vista sociale alla precarietà del lavoro, allo stesso tempo penso al desiderio di non legarsi mai a nessuno sentimentalmente. Nei gusti musicali sento questo grande valore della nostalgia, preso come stile di vita. Ci si blocca in un’adolescenza che si prolunga, a volte anche fino ai trent’anni inoltrati, e io, a ventisei, ne ho già le palle piene. È chiaro che in un certo senso non è soltanto colpa nostra. Volevo cantarla questa cosa, volevo farlo perché sono problemi generazionali, ma anche miei, i nostri. Motta ha colto nel segno con La Fine dei Vent’anni, ha parlato delle stesse cose, anche se abbiamo toni e un background culturale diversi, ma la tematica è analoga.

Tornando ai contenuti di Si Vuole Scappare, il leit motiv è costante, ma viene analizzato da vari punti di vista, anche se quello che spicca su tutti sembra essere quello delle relazioni, penso a brani come Yamamoto o Tramonto per Sempre.
È vero. Alla fine, nonostante tutto, ho sempre molta difficoltà nel non scrivere canzoni d’amore, perché sono italiano, la canzone d’amore è un po’ il pane quotidiano! Magari non sono canzoni d’amore convenzionali, ma la tematica è presente. Sono due brani diversi, il primo ha segnato molto la persona che scrive, ma in qualche modo c’è questa impossibilità di comunicare con l’altra che è piccola davvero, è piccola per sempre, sia nelle sue note positive che in quelle negative. Da una parte è innocente, spontanea, dall’altra non vuole crescere. Vuole andarsene, vuole sempre andarsene, è sempre in fuga.

E in questo caso l’essere bloccati è una cosa voluta dalla protagonista.
Sì, assolutamente. Ma alla fine la valutazione è positiva. Finisce per essere uno strumento del Signore per ritrovare le parole che a volte non ricordo più. Quello che avevo in testa quando la scrivevo era che nonostante tutto il dolore che potesse apportare, la purezza del sentimento che avevo faceva sì che riscoprissi una bellezza dentro di me che altrimenti non avrei saputo trovare.

Mi viene spontaneo su questo tema spostarmi su un’altra canzone dell’album, Epica del Dolore. Se la si contrappone a quello che dici in Nuovo Pop Italiano, in cui si cerca un modo di stordirsi per non sentire e distrarsi da quello che può metterti angoscia e ti fa stare male, qui invece sembra ci sia un invito ad affrontare ciò che non ci piace: il dolore, la vergogna, persino la noia, aggiungerei, per migliorarsi e andare avanti.
Quando ho scritto Epica del Dolore pensavo molto che in qualche modo non bisogna avere paura della sofferenza, perché se affrontata nel modo giusto ci migliora. Rivoglio un’epica del dolore parla proprio di questo: rivoglio artisti, rivoglio della cultura che parli del dolore non per sfuggirlo, ma in senso costruttivo, credo sia questo il punto focale. Ho avuto un’educazione cattolica, e di questo soprattutto mi è rimasto che il simbolo della Croce è un simbolo di tortura, ma che poi è diventato un simbolo salvifico, se pensi banalmente alla Croce Rossa, o alle farmacie. È in qualche modo la correlazione tra la sofferenza e la salvezza, credo che questo sia il messaggio centrale. Al di là delle proprie idee religiose, penso che questo abbia un valore abbastanza universale. In molte culture c’è quest’idea di base, è un assioma abbastanza comune. È chiaro, non bisogna fare un’equivalenza, dire che solo l’arte che parla della sofferenza sia tale, però ce ne vuole anche una che ne parli in un marasma di artisti e di progetti che fanno riferimento a un aspetto più edonistico dell’esistenza.

E inoltre, in effetti, si dice che è dal dolore che nasca la migliore arte.
Banalmente, più o meno sì! È davvero difficile scrivere cose quando si è davvero contenti, l’arte viene gran parte dall’insoddisfazione. Una cosa che mi piace molto dire sempre, “poeta” deriva dal greco “poieo” che significa “fare”, perché in un certo senso l’atto più creativo per eccellenza è la poesia. Alle volte penso che anche Dio si sentisse triste quando ha creato il mondo, e la poesia è la risposta alla sofferenza, è già tutto nel significato delle parole.

Facendo una breve digressione da quello di cui stavamo parlando, dato che citi la poesia, so che ti diletti anche tu nello scriverne e dalle tue parole e da quello che racconti nelle tue canzoni si capta un background culturale interessante. Come vieni ispirato dalle risorse culturali di cui certamente ti nutri?
In verità sono molto meno topo da biblioteca di quanto si possa pensare. Un autore che a me piace tantissimo e al quale talvolta siamo stati paragonati è Bianconi dei Baustelle, cosa che personalmente mi fa molto onore; rispetto a lui ritengo di avere una cultura inferiore.

Beh, sei giovane. Ci arriverai.
Ma già i primi album dei Baustelle, tipo Sussidiario Illustrato della Giovinezza, Bianconi li ha scritti che aveva, se non la mia età, poco di più. Ho fatto il liceo classico, l’ho fatto con grande soddisfazione, riecheggia un certo classicismo nel mio modo di scrivere. Mi piace usare un italiano classico, è una cosa a cui sto molto attento perché vorrei evitare di inserire delle frasi che siano troppo connotate in senso geografico e soprattutto temporale. In particolare non vorrei fare cose che fra vent’anni potrebbero suonare vecchie, quindi mi rivolgo all’italiano classico. Sono uno di quelli che conosce poche cose ma cerca di conoscerle bene. Quando ero più piccolo scrivevo molte poesie, ora scrivo principalmente testi musicali, però leggere poesie ti dà una buona idea della musicalità di un verso. Il mio poeta preferito in assoluto è Ungaretti, non tanto l’Ungaretti della guerra quanto quello degli anni ‘20 – ‘30, quello della raccolta Il Dolore. Poi è chiaro, scrivendo testi musicali bisogna scendere a patti. Non sarei in grado di scrivere a quel livello, ma una semplificazione di quello sarebbe il mio massimo obiettivo. Per quanto riguarda i cantautori, Tenco a livello lessicale ha un italiano che mi piace molto. È di marmo l’italiano di Tenco, mi piace tantissimo, è inattaccabile, come le sue canzoni. Sono fuori dal tempo, classiche. La mia ambizione è sempre stata fare qualcosa di classico. Poi nella forma è giusto venire in contro al proprio tempo, nel contenuto magari meno.

E per venire incontro al nostro tempo, cosa ti piace nel panorama attuale? Dall’album, ma giusto poco poco, si capisce che vi piacciono gli Editors, soprattutto quelli del 2007…
(ride) Ci siamo cresciuti con gli Editors, li ho visti diverse volte dal vivo, anche se personalmente ho sempre preferito gli Interpol, per gusti personali. Sicuramente gli Editors sono una band molto potente, moderna, Tom Smith è un performer incredibile. Sono cresciuto tantissimo ascoltando l’indie rock degli anni 2000. Ho ascoltato moltissimo Pete Doherty, anche se magari a sentire le mie canzoni non sembra. Un certo gusto per la ballata acustica me l’ha fatto venire lui. Nel mio modestissimo parere in quegli anni ha scritto un paio di dischi che davvero resisteranno, in particolare Down in Albion, il primo con i Babyshambles, che è un disco bello anche per come è registrato, per la storia che c’è dietro. Per quanto riguarda gli italiani, i Baustelle sono stati una band che ci ha aiutato perché ci ha fornito una porta d’ingresso verso la musica italiana; da adolescente ascoltandoli ho capito che potevi scrivere qualcosa dal sapore moderno anche in italiano.
Dell’indie italiano contemporaneo ci piacciono alcune cose. È come se ci fosse una sorta di partizione inconcepibile, vengono buttati nello stesso calderone artisti come Calcutta e i Fast Animals and Slow Kids, entrambi definiti indie ma in verità, come modo di suonare, sono completamente diversi. Un po’ come quando si fanno le playlist anni ’90 e ci si mette dentro Oasis e Nirvana, che non hanno molto a che fare l’uno con l’altro.
Da una parte ci sono queste band cupe, incazzate, molto aggressive al livello sonoro come i Ministri, i Voina, i Gomma – con cui abbiamo suonato – e dall’altra solisti tipo Gazzelle, Calcutta, che invece sono più edonistici, che parlano della vita quotidiana, delle gioie e delle sfide di tutti i giorni. Noi in qualche modo vogliamo essere non proprio una via di mezzo, ma una terza via fra quella forza dirompente, ma volendo in un certo senso ancora adolescenziale nel modo di ribellarsi contro tutto e tutti di alcuni, e l’aspetto un po’ più edonistico di altri progetti, che si limitano a descrivere la realtà anche nelle piccole cose.

In tutta la vostra produzione parli spesso di figure femminili, che vengono sempre ritratte in una maniera sfuggente, quasi impalpabile nonostante ogni tanto ne venga dato qualche connotato fisico. Penso a brani come, Laura, Ginevra, Yamamoto. Sembrano essere quasi sempre figure eteree, quasi soltanto delle idee. Come descriveresti l’impatto della figura femminile in quello che scrivi?
Ginevra è forse la figura più concreta che è stata descritta in queste canzoni, dimmi come va quel sogno che ti regalai che voglio renderlo reale. Queste sono indubbiamente delle canzoni d’amore, mentre altre volte utilizzo pronomi femminili per semplici concetti. Ma sì, è vero, la figura femminile è sempre descritta da lontano. In un certo senso è un vizio, per il fatto che sono cresciuto più con la poesia che con la canzone, e preferisco più parlare dell’effetto che una persona mi fa, più che della persona stessa. Però è un effetto nobilitante, in cui c’è una traccia di poema cortese, la donna è più ritratta per le emozioni che convoglia che per le sue caratteristiche oggettive. Però questo è anche onesto, perché quando si sceglie un partner lo si fa per come ci fa sentire. Sono brani con cui in un certo senso volevo mandare un messaggio, in Ginevra e in Laura c’è un tentativo di parlare direttamente a questa persona. Nel caso di Yamamoto, invece, c’è una sorta di flusso di coscienza/bilancio su quello che quest’amore ha portato. In generale nelle canzoni dei Siberia la figura femminile è molto presente e tendenzialmente elevatrice, anche se, per esempio, in Nuovo Pop Italiano ce n’è una forse più nascosta, ma più negativa. Lì mi rivolgo a una donna con una vena di disprezzo: è schiava delle mode, delle distrazioni, non riflette sulle conseguenze delle sue azioni stordendosi ora con l’ubriachezza, ora col medicinale, ora con la musica di moda.

Queste sono le parti più ovvie, ma volendo Nuovo Pop Italiano è un brano piuttosto enigmatico, in cui si può leggere sempre qualcosa di nuovo, e questo può essere detto di molte delle vostre canzoni.
Non ho ancora capito di preciso la mia direzione come autore. Recentemente ascoltavo un disco di De André, e lasciando da parte improvvidi paragoni, lui ti fa capire immediatamente di cosa vuole parlare. Ci sono delle canzoni più criptiche, ma il tema è ovvio… c’è la canzone sulla guerra, quella sulle puttane. Io, dal basso del mio secondo disco, non ho ancora capito se il mio futuro come autore è di scrivere canzoni che si capiscano di più o se proseguire su questo stile, magari migliorandolo. Mi piace scrivere canzoni che abbiano vari livelli di interpretazione, non per tenermeli io, ma perché mi fa piacere che le persone ci possano vedere varie cose. A volte scrivendo mi rendo conto che può non essere chiaro quello di cui parlo, che ci sono delle mezze frasi, delle mezze parole, ma devo ammettere che la canzone, specialmente nella forma in cui la facciamo noi, non vuole dei testi troppo didascalici. Piuttosto deve evocare certe atmosfere, certe idee.

Cuore di Rovo, posta immediatamente dopo Nuovo Pop Italiano, è se vogliamo un invito a combattere quell’indolenza in cui l’ideale protagonista si crogiola?
Assolutamente sì. È una sorta di contraltare a Nuovo Pop Italiano e in parte fa riferimento alla stessa tematica di Epica del Dolore, ovvero che nel mondo è presente una buona dose di sofferenza. Siamo abituati a crogiolarci in piccoli dolori di plastica, che comunque servono a dare colore alla vita. Quello “svegliati” è proprio un invito a smettere di farlo, di cercare di capire quali siano le cose che vogliamo davvero rincorrere, perché altrimenti il nostro vivere in maniera tiepida peserà su chi ha dei dolori veri.

Parlando di Chiusi nell’hotel, invece, sembra sempre far riferimento a una sorta di stasi obbligata, ma raccontata con una musicalità e un ritmo catchy, che ne farebbe un singolo, ma forse con toni troppo dark per esserlo davvero. Parlamene un po’.
Chiusi nell’Hotel è una canzone atipica a livello di suono. L’intento era di scriverla con un senso un po’ più sociale. In qualche modo siamo una banda di fortunati, alcuni di noi della scena musicale indie italiana. Siamo più o meno persone di medio alta estrazione sociale e culturale, e siamo “chiusi nell’hotel”. È un mondo piccolo, una grande parrocchia in cui siamo protetti dalle mura di questa comunità, non vediamo quali sono i problemi reali, del Paese e della nostra generazione, siamo incapaci di guardarci allo specchio. Siamo adolescenti chiusi nell’hotel. Anche il fatto di dire in un hotel e non in una casa è perché è un luogo confortevole ma freddo, che in ultima analisi non ti appartiene. È più comodo, ma non è tuo.

Il vostro Si Vuole Scappare quindi passa dal desiderio di stordirsi dalla realtà cercando di non prenderla sul serio, da un invito a svegliarsi da quell’intorpidimento, da amori che possono elevarci e farci star male, ferirci nella loro leggerezza, e dal sentirsi costretti in un’adolescenza senza fine, un po’ subita e un po’ cercata, perché in fondo è una situazione confortevole in cui crogiolarsi. Ma alla fine, Tornerà l’estate?
Quello è un brano in cui secondo me c’è una gran gioia di vivere. Abbiamo voluto metterla nell’album proprio perché è diversa. Non tratta di un argomento preciso, è più un brano poetico, in cui c’è più estetica che contenuto. Per questo è stata inserita come ultimo brano, perché non volevamo andare a spezzare il ritmo, anche se alla fine per la tematica si prestava bene come chiusura.

In questo brano sembri raccontarci che magari le cose intorno a noi rimangono le stesse, ma che tempi migliori arrivano, che le cose belle della vita sono lì che aspettano solo che le notiamo, e che possono migliorartela se solo glielo permetti. Si può dire sia una sorta di messaggio di speranza?
Penso che sia giusto questo modo di vederla, molte volte non mi rendo conto del significato che un brano può avere per altre persone. Non voglio dire di averla scritta quasi come un divertissement, perché è una canzone sincera indubbiamente, ma è quasi un corpo alieno all’interno dell’album. Però in effetti messa in quella posizione sta a significare che la bellezza in qualche modo rimane, al di là di tutte le brutture di cui possiamo parlare.

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I Siberia nascono nel 2010 a Livorno e prendono il nome dall’immaginario evocato dal libro di Nicolai Lilin “Educazione siberiana”. Nell’autunno 2015 partecipano alle selezioni di “Sanremo Giovani” giungendo sino alla fase finale in diretta televisiva nazionale su Rai 1, con la canzone “Gioia”. L’estetica musicale e la lirica dei Siberia non hanno nulla di ironico o sarcastico: rimane sempre seria, nella sua cupezza drammatica, così come nello slancio e nella felicità dei momenti più splendenti, che non mancano. Nel 2016 pubblicano, per Maciste Dischi, il disco d’esordio “In un sogno è la mia patria”, distribuito da Artist First ed edito da Sony. Subito dopo l’uscita del disco, la band parte in tour che li porta a suonare in tutta Italia con un notevole successo di pubblico. Il 23 febbraio è uscito “Si vuole scappare”, il loro secondo album.
I Siberia sono:  Eugenio Sournia (Voce e chitarra), Luca Pascual Mele ( Batteria), Cristiano Sbolci Tortoli (Basso) e Matteo D’Angelo (Chitarra)

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