Music dot Fran: The Gaslight Anthem

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The Gaslight Anthem live at frequency Festival

ph. Francesca Fiorini

Nella musica si dice che c’è la differenza tra inglesi e americani per quanto riguarda la gestione della popolarità: gli inglesi affrontano tutto con una sorta di memento mori e quindi sono molto più umili e agli americani Hollywood li ha un po’ rovinati. Non tutti, o perlomeno ci sono delle isole felici.

Ad esempio nel New Jersey ci sono ancora ragazzi che suonano la loro musica con l’anima mentre ci raccontano le loro storie.

Tra questi ci sono i The Gaslight Anthem. Quattro ragazzi più un chitarrista aggiuntivo che si unisce per i live.
Le loro canzoni suonano semplici, dirette e soprattutto sincere. Sono forse queste le caratteristiche che più fanno parte della loro musica e che prendono con se i fan. Testi mai banali, anzi, profondi e interlacciati alla vita quotidiana. Cantati in un modo che arriva direttamente allo stomaco di chi li ascolta.

La voce di Brian Fallon, frontman e prima chitarra, ricorda Springsteen degli ultimi anni e anche un po’ Ben Nichols dei Lucero, altro gruppo american punk del Tennessee. Una voce calda, roca quando serve, perfetta per quel rock on the road, tipico dell’ideale americano degli anni Settanta del viaggio verso la libertà. Faccia da bravo ragazzo, pieno di tatuaggi. Duro sul palco, sorridente fuori e quasi timido.

Il 6 agosto 2008 i Gaslight Anthem sono diventati il primo gruppo nella storia della musica britannica ad apparire nella copertina di Kerrang! senza che la rivista ne avesse mai scritto prima. Kerrang! li ha definiti «la migliore formazione che ascolterete nel 2008».

Bruce Springsteen nel 2009 li ha nominati per la lista dei 100 album del secolo di Q per The ’59 Sound dicendo senza mezzi termini che “il loro primo disco per un’etichetta importante, ossia proprio The ’59 Sound è uno dei dischi più belli della storia del rock”, classificandoli alla 79ª posizione, consacrandosi così a una delle più brillanti creature della scena del punk rock indipendente odierno.

Bruce Springsteen, che è un po’ il nume tutelare della band: sebbene batterista e chitarrista, Benny e Alex, non l’avevano mai ascoltato così ostinatamente prima di unirsi a suonare con Brian, che però abitava nello stesso suo isolato, il Boss aleggia un po’ in ogni cosa che si può scrivere su i The Gaslight Anthem. Magari noi non l’avremmo tirato fuori, avremmo parlato di come si può sentire l’influenza dei The Replacements nella loro musica o di Joe Strummer, o qualcosa dei Ramones, ma nel 2009 gruppo e cantante vanno in tour con Springsteen. E c’è una performance Boss-Fallon su DVD ed ecco che poi torna tutto lì, al nume. Un po’ pesante come padrino, ma se molti springstiniani di ferro sono rimasti folgorati da loro un perché ci dovrà essere.

Per i The Gaslight Anthem ci sarà una nuova data in Italia proprio il nove di Novembre, ed è l’unico show italiano della stagione che è stato spostato dal Tunnel, locale minuscolo milanese, ai Magazzini generali. Una buona notizia, significa che l’onda di affezione per i ragazzi americani è arrivata fino al nostro paese. Proporranno il loro ultimo disco, American Slang, che è una miscela di punk primordiale unito ad uno stile cantautorale alla Bob Dylan. Il disco è stato nominato dall’autorevole rivista Classic Rock come album dell’anno.

Ad agosto scorso in Italia suonano al piccolo e variegato gioiellino di quel festival di Radio Onda d’Urto a Brescia. Poi il giorno dopo sono in Austria al Frequency Festival. Lì sono riusciata a parlare una decina di minuti con un Alex Rosamilia stanchissimo dopo 50 minuti tirati sul palco del green stage dove lui e la sua chitarra, assieme ai suoi compagni, avevano dato davvero molto.

Tra i vostri due dischi c’è stata una lunga pausa, durante la quale siete stati sempre in tour… come è stato comporre un album nel frattempo che si è in tournée?

“Avevamo registrato qualcosa prima di partire, nel senso che l’album è stato un po’ pensato mentre eravamo in tour poi una volta tornati a casa, in New Jersey, abbiamo cercato di capire cosa volessimo fare realmente e come poteva quindi suonare l’album, perché avevamo principalmente idee così, solo per il sound. Poi naturalmente le cose a volte vengono stravolte, il processo compositivo è qualcosa che accade, accade e tu non puoi prevedere.”

Da cosa scaturisce il titolo del vostro ultimo lavoro, American Slang?

“Beh, il titolo era già deciso prima di aver scritto l’album e prima che pensassimo alle varie canzoni sul disco, e riguarda quello che accade davvero in America. Provare a raggiungere quello che è considerato il sogno americano che nove volte su dieci risulta essere un utopia irrangiungibile e quindi si ha una vita di cui la maggior parte della gente si lamenta e crea frustrazione. Lo so, sembra facile detta da uno in fondo fortunato come me, ma si dovrebbe essere felici di quello che si ha nonostante quello che può accadere.”

C’è quindi una sorta di critica sulla società americana?

“No, nell’album non stiamo cercando di criticare o dire nulla sulla situazione americana, ma è come un affresco della società, l’oggettività di quello che accade alla gente. Niente di più.”

Molte persone si focalizzano molto sul binomio New Jersey – Gaslight Anthem. Cosa vi da la vostra terra?

“Beh, il New Jersey è casa mia.”

Solo questo?

Sì.

E tra suonare in America e in Europa? Qui state diventando
rapidamente famosi…

“Sì, beh, diciamo che ci sono delle differenze, ma cioè, non riesco neppure a confrontarle, sono molto diverse. C’è del buono e del cattivo in entrambe, sai? Non so che dire, certo che ci è capitato di suonare in dei posti dove anni fa avremmo pagato per farlo. Incredibile.”

E la collaborazione di Brian con Springsteen? Che cosa ne pensi?

“Non ne penso nulla, io. Dovrei pensarne qualcosa? Tu cosa ne pensi?”

Beh, credo sia un modo in più per farvi conoscere. Springsteen è un mito vivente, molte persone lo adorano. Una collaborazione con lui può aiutarvi a mettervi sia in luce ancora di più sia a essere ispirati da uno come lui.

“Sì, è così. Hai ragione. Può andare bene.”

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