Intervista ad Alex Rosamilia dei The Gaslight Anthem

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Interview: with Alex Rosamilia from Gaslight AnthemPer i The Gaslight Anthem ci sarà una nuova data in Italia proprio il nove di Novembre, ed è l’unico show italiano della stagione che è stato spostato dal Tunnel, locale minuscolo milanese, ai Magazzini generali.

I biglietti sono ancora disponibili. Una buona notizia, significa che l’onda di affezione per i ragazzi americani è arrivata fino al nostro paese. Proporranno il loro ultimo disco, American Slang, che è una miscela di punk primordiale unito ad uno stile cantautorale alla Bob Dylan. Il disco è stato nominato dall’autorevole rivista Classic Rock come album dell’anno.

Ad agosto scorso in Italia suonano al piccolo e variegato gioiellino di quel festival di Radio Onda d’Urto a Brescia. Poi il giorno dopo sono in Austria al Frequency Festival. Lì sono riusciata a parlare una decina di minuti con un Alex Rosamilia stanchissimo dopo 50 minuti tirati sul palco del green stage dove lui e la sua chitarra, assieme ai suoi compagni, avevano dato davvero molto.

– Tra i vostri due dischi c’è stata una lunga pausa, durante la quale
siete stati sempre in tour… come è stato comporre un album nel
frattempo che si è in tournée?

Avevamo registrato qualcosa prima di partire, nel senso che l’album è
stato un po’ pensato mentre eravamo in tour poiu una volta tornati a
casa, in New Jersey, abbiamo cercato di capire cosa volessimo fare
realmente e come poteva quindi suonare l’album, perché avevamo
principalmente idee così, solo per il sound. Poi naturalmente le cose
a volte vengono stravolte, il processo compositivo è qualcosa che
accade, accade e tu non puoi prevedere.

– Da cosa scatuisce il titolo del vostro ultimo lavoro, American Slang?

Beh, il titolo era già deciso prima di aver scritto l’album e prima
che pensassimo alle varie canzoni sul disco, e riguarda quello che
accade davvero in America. Provare a raggiungere quello che è
considerato il “sogno americano” che nove volte su dieci risulta
essere un utopia irrangiungibile e quindi si ha una vita di cui la
maggior parte della gente si lamenta e crea frustrazione. Lo so,
sembra facile detta da uno in fondo fortunato come me, ma si dovrebbe
essere felici di quello che si ha nonostante quello che può accadere.

– C’è quindi una sorta di critica sulla società americana?

No, nell’album non stiamo cercando di criticare o dire nulla sulla
situazione americana, ma è come un affresco della società,
l’oggettività di quello che accade alla gente. Niente di più.

– Molte persone si focalizzano molto sul binomio New Jersey – Gaslight
Anthem. Cosa vi da la vostra terra?

Beh, il New Jersey è casa mia.

– Solo questo?

Sì.

– E tra suonare in America e in Europa? Qui state diventando
rapidamente famosi…

Sì, beh, diciamo che ci sono delle differenze, ma cioè, non riesco
neppure a confrontarle, sono molto diverse. C’è del buono e del
cattivo in entrambe, sai? Non so che dire, certo che ci è capitato di
suonare in dei posti dove anni fa avremmo pagato per farlo.
Incredibile.

– E la collaborazione di Brian con Springsteen? Che cosa ne pensi?

Non ne penso nulla, io. Dovrei pensarne qualcosa? Tu cosa ne pensi?

– Beh, credo sia un modo in più per farvi conoscere. Springsteen è un
mito vivente, molte persone lo adorano. Una collaborazione con lui può
aiutarvi a mettervi sia in luce ancora di più sia a essere ispirati da
uno come lui.

Sì, è così. Hai ragione. Può andare bene.

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