Live Report: Morrissey @ Carisport, Cesena

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In questo momento è davvero difficile mettere in ordine tutti i pensieri, anche perché devo tener conto sia della ragione (la testa) sia del sentimento (il cuore e lo stomaco).
Cercherò di raccontare il concerto di questo personaggio in maniera chiara e semplice, ma vi dovrete adattare alla fortissima presenza di quel sentimento di cui parlavo prima: l’artista che ho visto ieri sera, per me, è una specie di divinità, dato che mi rispecchio spesso e volentieri nelle sue canzoni.
Steven Patrick Morrissey, per la sottoscritta, è sempre stato uno di quegli artisti irraggiungibili, ovvero uno di quelli che se ti perdi una volta (Velvet qualche anno fa, quando decise di non presentarsi all’appuntamento; Bologna, qualche mese fa, quando non mi presentai io) non lo vedi più.
Con questa premessa, forse, vi ho già anticipato buona parte della soggettività che metterò in questo racconto, perché quando ci si riferisce a Steven Patrick Morrissey il termine “recensione” stona parecchio: si parla a cuore aperto delle emozioni e delle sensazioni che trasmette quest’uomo quando sale su di un palco.
Devo ancora realizzare il fatto di essere stata presente al concerto dell’ex frontman degli Smiths, ma, ieri sera, al Carisport di Cesena, io ero nello stesso posto in cui era lui: non ci posso davvero credere e mi sembra di sognare ancora ad occhi aperti.
Alle 22.04 si presenta sul palco di questo Palasport il carismatico, arrabbiato, romantico, cinico e affascinante Moz accompagnato dalla sua carismatica, arrabbiata, romantica, cinica e affascinante band.
Non appena il pubblico vede Morrissey, partono gli applausi fragorosi e dopo un simpatico “basta! basta!” da parte del nostro idolo, inizia il sing-along grazie alla meravigliosa “Suedehead”.
Morrissey è piuttosto elegante questa sera, ha una bellissima giacca – che riempirà con una doccia di sudore- e un bellissimo amuleto al collo: della camicia da strappare, ovvero l’ambito trofeo finale, ne parlerò più avanti.
La setlist prosegue, il sing-along pure e le emozioni si scontrano tra di loro come se si stesse formando un vero e proprio ciclone: gioia, dolore, tristezza, rabbia, amore e romanticismo ne abbiamo da vendere.
C’è di tutto e di più nel corso dello show di quest’artista poliedrico ed estremamente affascinante e, ovviamente, non manca quel tocco sublime che trasporta il pubblico in una nuova dimensione: davanti agli occhi ci ritroviamo un uomo di teatro, un musicista, un artista, un cantante, un uomo che non ha paura di dire la sua (non mi sarebbe dispiaciuto ascoltare una bella “Bigmouth Strikes Again”…). Quando Moz canta\recita le differenti situazioni, noi del pubblico ci ritroviamo ad essere i narratori esterni di un libro e osserviamo con estrema attenzione e adorazione tutta lo svolgimento della vicenda.
Nel corso del concerto si ritrovano canzoni come “Istanbul” e “Oboe Concerto”, entrambi molto suggestive, ma quando arriva lei, quella “How Soon Is Now?”, più che le farfalle nello stomaco, sento una vera e propria pugnalata: amore e odio per quella canzone, perché è semplicemente bella, pura e struggente. Il panico si placa alla fine della traccia, quando il gong, dietro alla batteria, viene colpito ripetutamente e con tantissima rabbia: come un attacco di panico, senti il cuore che batte fortissimo e, proprio quello strumento, dà maggiore enfasi a tutto quello che ci circonda.
Ovviamente, nel corso del live, non c’è solo questo tipo di atmosfera, infatti, come ho detto prima, si respira -anche e non solo- quell’aria romantica (“I’m Throwing My Arms Around Paris”, “Kiss Me A Lot”, “Now My Heart is Full”…) e ricca di gioia di vivere.
Gioia di vivere,però, che dura pochissimo poiché viene brutalmente spazzata via dall’incredibile esibizione di “Meat Is Murder”, quando il nostro frontman cambia tonalità di voce (lo farà spesso nel corso del live) e il suo lamento assomiglia a quello di un qualsiasi animale d’allevamento poco prima che venga squartato da un macellaio.
Durante l’esecuzione di questa dura e cruda realtà, che spezza il cuore di tutti, passa un video crudele proprio sul maltrattamento e sull’uccisione degli animali: dopo 20 secondi mi giro in lacrime con le spalle rivolte verso il palco, quindi decido di osservare le facce degli altri presenti. Occhi increduli, gente che versa lacrime a mo’ di cascate del Niagara, espressioni da film dell’orrore: mi sa che in molti, dopo questo bel video, proveranno a diventare vegani-vegetariani.
Subito dopo ci si prova a riprendere con l’incantevole “Everyday Is Like Sunday”, ma continuo a fissare il pavimento del palazzetto e non riesco a guardare oltre: mi perdo la canzone e tutto il pubblico che la canta per via di quei 20 secondi (lo avessi visto tutto, probabilmente, sarei passata da vegetariana a fruttariana).

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Mi rendo conto che ormai siamo agli sgoccioli, poiché c’è un piccolo encore subito dopo “What She Said” e un bell’inchino da parte di tutta la band.
Manca una sola canzone alla fine del concerto: sul fondo del palco, dove vengono trasmessi questi video, si vede la dolce Regina Elisabetta che manda a quel paese tutti: è arrivato il momento di “The Queen Is Dead”; è arrivato il momento della camicia da strappare, quindi la caccia è aperta.
La canzone finisce, leggero striptease e camicia lanciata nel pubblico: la vera bolgia è ora e si viene risucchiati come se ci trovassimo nel bel mezzo delle sabbie mobili (Morrissey, intanto, avrà pensato: “ma guarda questi imbecilli!”).
Lo spettacolo finisce così, come se tutti i presenti fossero degli sciacalli pronti ad assalire la povera carcassa-camicia: è normalissimo comportarsi in questo modo, del resto tutti vogliono una parte di Morrisey e, soprattutto, un piccolo ricordo di quanto fosse stato bello, intenso e seducente questo concerto di quasi due ore.

Setlist

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