A due anni dal debutto, i Dear Bongo tornano con un disco che sembra voler sabotare ogni aspettativa. Se “Unfulfilled” era un pugno diretto, “All the good-hearted people have a dumb face” è più simile a un labirinto in cui entri e perdi subito l’orientamento, ma continui a camminare. Tra art punk, collage sonori e derive psichedeliche, la band sembra aver trovato un modo tutto suo di usare lo studio, trasformandolo in un vero strumento creativo. Il titolo è ironico, quasi provocatorio, e apre a una riflessione più ampia sul presente emotivo. Abbiamo fatto qualche domanda alla band per capire cosa si nasconde dietro questo nuovo capitolo.

Ripensando al vostro primo album, “Unfulfilled”, in che modo avete sentito il bisogno di allontanarvi da quell’immediatezza quasi documentaria per costruire qualcosa di diverso?
Effettivamente non siamo tanto immediati, visto che le nostre canzoni non sono solo in inglese ma anche in francese e in tedesco. Lo anticipiamo: il terzo disco sarà in italiano!
In che modo per voi lo studio ha smesso di essere un luogo neutro per diventare un luogo di ricerca creativa? In qualche modo è cambiato anche il vostro modo di prendere decisioni?
Abbiamo semplicemente utilizzato gli strumenti (dagli amplificatori, alle chitarre agli organi ecc.) a disposizione dello studio senza concentrarci solo sui nostri personali.
Il titolo “All the good-hearted people have a dumb face” gioca volutamente su una dicotomia ironica. Quanto c’è di provocatorio e quanto invece ha origine da una reale osservazione del mondo?
Un tempo ci chiamavano “buonisti”. Oggi il trend è un po’ scemato, ma ci è piaciuto molto ripensare alla solidarietà come atto negativo. Da qui, il titolo.
Continuando a parlare di ironia… che cos’è per voi l’ironia? Una difesa? Un modo alternativo di leggere il presente?
Il titolo del nuovo disco ondeggia tra sincerità e ambiguità, crediamo. Se uno legge in fila i titoli, anche i testi, ma tutto si capisce già dai titoli degli otto brani, ne ricompone il senso. Quindi, è un modo per interpretare la realtà.
Nei vostri testi c’è molto inglese, ma c’è anche del francese e del tedesco… da cosa deriva questa scelta?
Nel gruppo c’è un insegnante di tedesco. Per quanto riguarda il francese, nel gruppo c’è un membro che ha lavorato in Francia per un periodo.
Tra tutti i pezzi presenti nel disco, qual è quello che in questo momento vi rappresenta di più come band e come persone?
“Es Ist Vorbei”. Vuol dire: è tutto finito. Non nel senso catastrofista ma nel senso che abbiamo concluso il nostro discorso e quindi non rimangono che un “arrivederci” e “alla prossima”.