Gintsugi: “Stranger” e la soglia tra distanza e prossimità

0

Gintsugi pubblica il nuovo brano Stranger e inaugura una nuova fase del proprio percorso artistico, spostando progressivamente l’asse della sua scrittura verso territori più sintetici ed elettronici, senza però rinunciare a quella dimensione emotiva e introspettiva che ha sempre caratterizzato la sua produzione. Il nuovo singolo, che anticipa l’EP Strangers, segna infatti una transizione significativa: meno centrato sul pianoforte rispetto ai lavori precedenti e più orientato verso l’utilizzo di elementi elettronici e sintetizzatori, il brano si inserisce in una traiettoria di evoluzione che non è soltanto sonora, ma anche percettiva.

In questa intervista, Gintsugi riflette sul cambiamento di linguaggio musicale e sul modo in cui questo si riflette nella scrittura, nella produzione e nella costruzione dell’immaginario del brano. Stranger diventa così un punto di passaggio, ma anche un dispositivo emotivo che lavora su una tensione precisa: quella tra impulso e controllo, tra immediatezza e rifinitura, tra ciò che emerge in modo istintivo e ciò che viene successivamente modellato.

Il titolo stesso apre a una lettura che non riguarda soltanto la distanza, ma una forma di prossimità ambivalente, quasi destabilizzante. Non si tratta infatti di un’estraneità intesa come lontananza, ma di qualcosa che appare improvvisamente troppo vicino, interno, familiare e al tempo stesso potenzialmente pericoloso. Una condizione che si colloca in uno spazio intermedio, difficile da definire, in cui le categorie di dentro e fuori perdono progressivamente consistenza.

Anche la dimensione visiva del progetto, a partire dal lyric video, nasce in modo immediato e quasi organico rispetto al brano. L’immagine del fuoco e del bruciare si è imposta fin dall’inizio come riferimento simbolico, orientando una scelta estetica essenziale e minimale, in cui le parole della canzone diventano parte integrante della costruzione visiva senza sovrapporsi ad essa. L’idea non è quella di aggiungere livelli narrativi, ma di restituire il brano nella sua forma più diretta possibile.

Sul piano della scrittura, Gintsugi descrive un processo che oscilla tra spontaneità e intervento successivo, in cui il primo impulso creativo ha spesso una natura autonoma, quasi non mediata. La fase di rifinitura interviene solo in un secondo momento, per consolidare o chiarire alcune immagini, senza però alterare l’origine istintiva del materiale.

L’uscita di Stranger segna un nuovo capitolo: cosa senti di aver lasciato indietro rispetto ai lavori precedenti?

In questo EP ci sono sicuramente più elementi elettronici e sintetizzatori, è meno centrato sul piano come quelli precedenti, e ho lasciato un pò da parte l’elemento neoclassico.

Il titolo richiama un’idea di distanza: è qualcosa che riguarda il rapporto con sé o con gli altri?

Con sé e con gli altri. Più che di distanza, per me si tratta di trovarsi improvvisamente vicino, talmente tanto che è come se fosse all’interno di sé, un elemento che si sente come pericoloso ma familiare al contempo.

Il lyric video accompagna il brano fin da subito: quanto è pensato come parte integrante e non accessoria?

Il lyrics video è nato subito come idea, perché da subito il brano evocava l’immagine del fuoco, del bruciare. Quindi restando in un’ottica minimalista, ho cercato di preservarlo aggiungendo le parole della canzone.

La scrittura sembra muoversi tra impulso e controllo: riesci a riconoscere quando uno dei due prende il sopravvento?

In questo caso la scrittura è stata molto fluida e sono intervenuta molto poco dopo, per rifinire alcune immagini. Il primo getto è stato spontaneo, come se non fossi io a scrivere.

Quanto conta, per te, che una canzone resti in parte irrisolta anche dopo l’ascolto?

Cerco di essere sempre molto onesta nella scrittura, di fotografare il momento e l’immagine reale perché non penso che l’arte debba avere fini didattici o rassicurare. A volte si tratta di una storia con una risoluzione, a volte parte da un’immagine, un’emozione, un conflitto senza risoluzione. L’importante per me è seguire dove porta la canzone stessa, senza incollarci di sopra una risoluzione che non è organica.

C’è un momento preciso del processo in cui capisci che un brano è finito?

È molto istintivo, in questo caso lo sentivo compiuto in sé dopo poco, nel caso di altri brani li riarrangio trentacinque volte e li concludo quando sento semplicemente di non riuscire ad andare oltre.

Share.

About Author

Comments are closed.