Alessandro Ponte, dentro Ti accompagno ancora: struttura, arrangiamento e ricerca di un’identità sonora

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Entrare nel merito della costruzione musicale di un brano significa spesso spostare l’attenzione dall’impatto immediato dell’ascolto ai meccanismi che ne regolano l’equilibrio interno. In Ti accompagno ancora, Alessandro Ponte lavora su una struttura che, pur muovendosi entro coordinate riconoscibili, trova una propria coerenza nella gestione degli elementi armonici e nell’evoluzione dell’arrangiamento. Il punto di partenza è un motivo al pianoforte che attraversa il brano come linea guida, senza diventare vincolo rigido ma piuttosto riferimento attorno a cui si articolano le diverse sezioni.

La costruzione segue uno schema tradizionale, ma ciò che emerge è il modo in cui le parti dialogano tra loro: strofa, ponte e ritornello si distinguono per sviluppo melodico e armonico, contribuendo a evitare una percezione di ripetitività. In questo senso, la scrittura si muove su un doppio livello: da un lato la riconoscibilità di un impianto formale consolidato, dall’altro la ricerca di variazioni interne capaci di mantenere dinamico l’ascolto.

Un ruolo centrale è affidato all’arrangiamento, concepito come progressiva stratificazione sonora. L’ingresso graduale degli strumenti, dall’essenzialità iniziale del pianoforte fino a un tessuto più ricco che include archi, oboe, chitarre e sezione ritmica, risponde a una precisa idea di sviluppo. La definizione dei pesi sonori e delle gerarchie tra gli strumenti diventa quindi un passaggio determinante, così come il lavoro condiviso con Andrea Maddalone, che interviene non solo sul timbro delle chitarre ma sull’impianto complessivo del brano.

Il risultato è un equilibrio tra componenti suonate e soluzioni produttive contemporanee, in cui anche il mixaggio si inserisce come fase di rifinitura più che di correzione, grazie a scelte già delineate a monte. In questa prospettiva, Ti accompagno ancora si configura come un tassello coerente all’interno di un percorso che non punta a definire un genere preciso, ma a consolidare un’identità sonora costruita attraverso l’ascolto, la selezione e la rielaborazione di influenze diverse.

Dal punto di vista armonico, Ti accompagno ancora nasce da un motivo ricorrente: quanto è stato complesso svilupparlo lungo tutto il brano senza renderlo ripetitivo?

Il motivo armonico cui si fa riferimento è quello fatto nell’introduzione con il pianoforte; devo dire che per me sviluppare la musica intorno a questa armonia è stato naturale. Il brano segue uno schema abbastanza tradizionale, strofa ponte e ritornello (ripetuti due volte); queste tre parti hanno armonia e melodia differente tra di loro e si staccano dal “motivo conduttore” che, quando ritorna, risulta meno “ripetitivo”.

L’arrangiamento punta a dare “spessore” a ogni strumento: quali sono state le scelte chiave in fase di produzione?

Quando si sceglie il tipo di arrangiamento da sviluppare per un brano, si pensa a tutti gli strumenti da coinvolgere ed all’ordine di importanza che ogni strumento dovrà avere. In questa fase del lavoro è stata fatta la scelta di iniziare il brano con il motivo armonico al pianoforte “pulito”, procedere aggiungendo percussioni “leggere”, con l’uso delle spazzole sulla batteria, ed un’orchestrazione composta da archi ed oboe in crescendo. Basso, chitarre e piano ad arricchire.

Il lavoro con Andrea Maddalone ha inciso anche sul suono finale delle chitarre o su altri aspetti specifici?

Andrea Maddalone è uno dei migliori chitarristi italiani (ad oggi con Renato Zero) ed anche un ottimo arrangiatore; riuscire a collaborare con lui per l’arrangiamento di un mio brano è stato un grande privilegio, ed ha lasciato il segno in ogni parte musicale del brano.

Il mixaggio ha un ruolo determinante nel brano: quanto tempo avete dedicato a questa fase?

Il mixaggio è stato un lavoro lineare, senza particolari difficoltà; avendo deciso a priori gli equilibri ed i volumi dei vari strumenti e dell’orchestrazione in generale, avendo le idee abbastanza chiare, si è arrivati al risultato voluto.

Arrivando da ascolti molto eterogenei, dalla bossa nova al rock: come riesci a sintetizzare queste influenze in una tua identità sonora?

Ascoltando ogni tipo di musica per molti anni della mia vita, ho fatto tesoro di quella che ho ritenuto personalmente “buona musica”, che capisco sia solo una definizione del tutto soggettiva e personale.

Credo sia naturale che la musica che un autore compone derivi in tutto od in parte dalla musica che ha ascoltato durante la sua vita; naturalmente questo è accaduto anche a me, ponendo ovviamente più attenzione alla musica che aderisce ai miei gusti. Apprezzo maggiormente la musica con armonie, melodie ed arrangiamenti originali e complessi; nel fare musica spero di aver percorso questa strada, cercando anche di avere “un’identità sonora”, ma penso che questo debba giudicarlo chi ascolta i miei brani.

Dopo Sofia non lo sa, questo nuovo singolo rappresenta un’evoluzione: in quale direzione stai andando musicalmente?

Non credo che questo nuovo singolo rappresenti una mia evoluzione musicale, credo che rappresenti una parte della musica che io ho “in testa”, un brano differente dal precedente, ma sempre elaborato da me con la stessa ricerca della qualità. La qualità è quella alla quale spero sempre di approdare con i miei pezzi, sperando di non essere mai ascritto a qualsiasi “genere” o “stile” musicale, ma questa è un’ambizione personale, questa è “la direzione”, un obiettivo che non so se riuscirò a raggiungere.

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