La musica come ecosistema – Intervista a Patrizia Laquidara

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Con Flòrula Patrizia Laquidara torna alla musica dopo un percorso intenso che l’ha vista attraversare la narrativa e il teatro, portando con sé nuove forme di ascolto e di presenza. Questo disco nasce come un organismo vivo, fatto di memorie personali e collettive, di voci che si intrecciano e di storie che smettono di essere individuali per diventare spazio comune. Tra scrittura cantautorale, elettronica, ritualità corale e incontri che lasciano tracce profonde, Flòrula sceglie il tempo lungo e invita a un ascolto attento, non distratto. Un lavoro che non chiude, ma apre, come una soglia, come un territorio da attraversare insieme.

Flòrula è un termine botanico molto preciso che si riferisce alla flora di un territorio ristretto. Come hai capito che sarebbe stato il titolo giusto per questo disco?

Ho capito che fosse il titolo giusto per il mio album solo a lavoro concluso, quando ho iniziato a guardare ogni brano e ogni testo dall’alto, con uno sguardo più distaccato. Mi sono accorta che tutto era collegato — almeno dentro di me — come se ogni elemento facesse parte di un unico ecosistema, in questo caso umano. Nessun frammento era isolato: tutto dialogava, tutto era in relazione l’uno con l’altro.

È stato allora che ho sentito che Flòrula non solo descriveva ciò che provavo, ma aveva anche il suono giusto. È una parola che vibra bene. Richiama un fiore, una morula, sembra il titolo di una poesia. Contiene delicatezza, ma anche qualcosa di organico e primordiale.

 

In questo album la tua storia personale sembra sciogliersi dentro qualcosa di più corale. È stato un passaggio naturale o una scelta consapevole?

È stato inizialmente un passaggio naturale, che poi è diventato una scelta consapevole man mano che il lavoro prendeva forma: la decisione di uscire dall’autobiografia, quindi dalla storia personale, per trasformare tutto in un racconto il più possibile collettivo e condiviso.

 

L’infanzia, i viaggi e le genealogie sono per te delle presenze vive. Che tipo di dialogo hai oggi con queste memorie?

Scrivere il libro — da cui sono poi nati i personaggi e le storie dei brani contenuti in Flòrula — ha significato addentrarmi nella mia infanzia e nel mio albero genealogico. È stato un percorso intenso: più volte ho provato struggimento e commozione.

Quando, in un secondo momento, tutto questo è stato tradotto in musica e in canzoni, ho vissuto una forma di catarsi, ma anche un saluto. Non ho più sentito nostalgia per quel mondo che avevo raccontato; al contrario, ho avvertito il desiderio di spingermi in avanti, di guardare al futuro e di lasciarlo alle mie spalle, salutandolo con immenso affetto.

 

Il tuo modo di vivere la musica è cambiato dopo il tuo incontro con il teatro e la scrittura narrativa?

Sì, mi sento più sicura e più “sfaccettata”. Sul palco oggi non porto più soltanto la cantautrice, ma anche la scrittrice e l’esperienza teatrale che mi ha attraversata e trasformata.

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