Nel panorama dell’italian alternative pop, TACØMA continua a muoversi in una zona di confine dove la scrittura autobiografica incontra una ricerca sonora mai accomodante. Con Tratto da una storia vera, ep di cinque tracce pubblicato il 6 febbraio 2026, il progetto solista di Gabriele Centelli arriva a uno snodo chiave: un lavoro che non cerca scorciatoie narrative né costruzioni concettuali, ma assume la forma di una dichiarazione di metodo e di intenzi. Qui la musica diventa strumento di esposizione, spazio in cui lasciare affiorare storie personali, fragilità e scarti emotivi senza filtri evidenti.
Il titolo è già una presa di posizione. Tratto da una storia vera non allude a un concept strutturato, quanto piuttosto a un approccio: raccontare ciò che resta quando vengono meno le sovrastrutture, quando la forma smette di proteggere il contenuto. I singoli Amore Immenso e Serena, che hanno anticipato l’uscita, hanno delineato con chiarezza le coordinate del progetto, muovendosi tra elettronica notturna, suggestioni alternative pop/rock e una scrittura che privilegia l’intimità al colpo di scena. Attorno a questi brani si sviluppa un racconto compatto, attraversato da una tensione costante tra esposizione emotiva e controllo espressivo.
La produzione, curata dallo stesso TACØMA insieme a Lorenzo Dolci, contribuisce a definire un suono essenziale ma stratificato, in cui ogni scelta sembra funzionale al racconto. Fa eccezione Mama, realizzata con il producer e beatmaker alto, che introduce una dimensione lo-fi e sospesa, aprendo a un registro ancora più raccolto. Il momento più radicale dell’ep resta però Il mio canto blue, registrato in presa diretta, voce e chitarra, in un’unica take: una scelta controcorrente che rinuncia alla perfezione per fissare un istante, come una fotografia sonora irripetibile.
Tratto da una storia vera è un titolo che suona come una dichiarazione di metodo prima ancora che artistica: quando hai capito che questo EP doveva nascere in questa forma, così diretta?
Me ne sono accorto quando ho smesso di cercare una forma e ho iniziato ad ascoltare quello che stavo vivendo. A un certo punto mi è stato chiaro che qualunque mediazione narrativa avrebbe indebolito il senso dei brani. Questo EP nasce nel momento in cui ho accettato che raccontare le cose per come sono state vissute fosse l’unico modo onesto di farle esistere.
Nei testi emerge una forte volontà di sottrazione: è stata una scelta maturata nel tempo o una reazione immediata a un momento preciso della tua vita?
È una scelta maturata nel tempo, ma innescata da un momento molto preciso. Ho sentito il bisogno di togliere tutto ciò che non era necessario, sia nella scrittura che nella produzione. La sottrazione è diventata una forma di rispetto verso le emozioni che stavo raccontando.
Dici che non si tratta di un concept ma di una presa di posizione: contro cosa senti di esserti posizionato questa volta?
Contro l’eccesso di controllo, di costruzione, di sovrastrutture inutili. Contro l’idea che una canzone debba per forza “funzionare”. È una presa di posizione a favore dell’urgenza, anche quando è fragile.
Amore Immenso e Serena li hai sempre pensati come parte di un racconto più ampio?
Sì, anche se non in modo rigido. Sono stati i primi brani a chiarirmi la direzione emotiva del lavoro. Non come singoli isolati, ma come tasselli di uno stesso momento della mia vita.
Quanto è stato complesso trovare un equilibrio tra esposizione personale e spazio per l’ascoltatore?
È stato forse l’aspetto più delicato. Ho cercato di essere molto diretto, ma senza chiudere il significato. Mi interessa che chi ascolta possa riconoscersi, non assistere semplicemente al mio racconto.
A lavoro chiuso senti di esserti detto tutto?
Sento di aver detto tutto quello che poteva essere detto con questo linguaggio. Restano zone non toccate, ma semplicemente perché appartengono a un altro tempo o a un!altra forma.