Musica e cinema si intrecciano nel nuovo progetto di Daria Huber, che con “da quassù la vista è favolosa” dà il via ad un vero e proprio racconto audiovisivo. Dal 27 gennaio, videoclip dopo video, prende forma un corto in atti che accompagnerà l’intero album e che si sviluppa senza una cronologia lineare. Ogni brano è un capitolo autonomo, ma parte di una storia più grande. Un lavoro collettivo sul piano visivo e profondamente personale su quello musicale, che racconta il diventare adulti nel mondo contemporaneo.

Da dove nasce l’idea di trasformare il tuo disco in un film strutturato in atti?
È un’idea che avevo da tempo, ancora prima della realizzazione del disco. Ho sempre amato il mondo del cinema e della recitazione e, quando ho iniziato a intravedere un progetto più completo e a chiarire cosa volevo raccontare con questo album, mi è sembrato quasi inevitabile dargli anche una forma cinematografica.
Che tipo di storia vorresti raccontare attraverso questo formato?
Vorrei raccontare il mio percorso fino a qui, ma in modo più universale: il viaggio che ci porta a diventare adulti, con tutte le difficoltà, gli imprevisti e le cadute, ma anche con le gioie, le persone e la bellezza che la vita ci regala lungo la strada.
Come dialogheranno tra loro i vari capitoli senza seguire una cronologia classica?
Il racconto visivo uscirà diviso in atti nel corso dei prossimi mesi, fino all’uscita del film completo insieme al disco. Saranno estratti della storia e, man mano, il quadro generale diventerà più chiaro. Mi affascina l’idea di non seguire un ordine cronologico preciso, così da lasciare spazio al mistero e all’attesa della visione completa.
Com’è stato condividere la parte cinematografica con altre due persone, mantenendo invece il controllo totale sulla musica?
È stato prima di tutto un lavoro di squadra. Ho la fortuna di avere accanto due persone che ammiro profondamente: Marcella Huber, mia sorella, che si è occupata della scrittura del soggetto e della regia, e Michela Gentile. Più che “dividere” il lavoro, sento di aver condiviso un’esperienza e un viaggio che ci ha unite ancora di più.
In che modo il linguaggio visivo ti ha permesso di dire cose che la musica da sola non riusciva a esprimere?
Il linguaggio visivo mi ha permesso di raccontare in modo più dettagliato le sensazioni che hanno ispirato le canzoni dell’album. Credo molto nel dialogo tra musica e immagini: sono una grande fan dei video musicali e dei racconti visivi e ci tengo a mantenere viva questa dimensione nella mia musica, anche se oggi sembra essere sempre meno centrale, soprattutto tra gli artisti emergenti.
Questo primo atto apre una narrazione fatta di domande. Hai già chiaro dove porteranno gli atti successivi?
Sì, abbiamo avuto la possibilità di scrivere e registrare l’intero racconto visivo che accompagna il disco, quindi il percorso è già ben definito e chiaro. Ora non vedo l’ora di poterlo condividere e farlo scoprire passo dopo passo.
Ti piacerebbe che questo progetto fosse fruito più come un film unico o come una serie di videoclip?
Credo che il modo migliore per apprezzare davvero questo racconto sia vederlo nella sua completezza, come un unico film.