Con alle spalle un percorso artistico che abbraccia folk, world music, pop e alternative rock, Bonje in Yurt – nome d’arte di Marco Bongini – rappresenta una delle realtà più originali e sfaccettate della scena indipendente italiana. Nato come progetto che unisce suggestioni nomadi e sonorità eterogenee, nei suoi lavori l’artista fonde narrazione personale e sperimentazione sonora, passando da testi in inglese a un’identità sempre più marcata in italiano.
Nel 2026 Bonje in Yurt ha pubblicato il singolo “RESTA”, un brano che segna una nuova fase espressiva e cantautorale, capace di mescolare immediatezza pop e introspezione narrativa, toccando temi di relazioni, spostamenti e percezioni notturne.
In questa intervista affrontiamo con lui la genesi del suo immaginario sonoro, il rapporto tra esperienza personale e narrativa musicale, le sfide dell’indipendenza artistica e le prospettive future del suo percorso creativo.
1. Il tuo sound fonde elementi di folk, world music, pop e alternative rock con un approccio molto personale e narrativo. Come nasce il tuo immaginario sonoro e quali sono le influenze principali da cui trai ispirazione?
Tutto parte dalla matrice di una chitarra acustica. La folk è lo strumento che mi ha sempre dato la possibilità di plasmare le parole in una forma o, viceversa, di plasmare dei suoni in parole. Negli anni ci ho giocato, ho sperimentato varie tecniche e diversi tipi di accordature. L’effetto finale è questo: un suono che unisce mondi dell’alternative rock a sonorità più etniche. Ho ascoltato molta musica nella mia vita e questo mi ha permesso di rendere mie molte particolarità di generi diversi. Ovviamente non chiedetemi un pezzo hip hop o rap.
2. Nel brano RESTA emergono temi di relazioni, spostamenti e “mantra notturni”: quanto c’è di autobiografico e quanto invece è pura invenzione narrativa?
Quanto c’è di autobiografico, mi chiedi. Su questo brano praticamente tutto. È un mix di sensazioni che va dall’attenzione alla guida fino all’amaro rapporto che l’artista ha vissuto, non per sua colpa ma per pura casualità, con le forze dell’ordine. Esperienze decennali in cui il “bravo cittadino” diventa martire o bersaglio, anche in momenti delicati come la stanchezza alla guida.
3. Essere un artista indipendente comporta spesso libertà creative importanti ma anche sfide pratiche e organizzative. Come vivi oggi questa condizione nella tua carriera e quali sono le difficoltà o i vantaggi che l’indipendenza ti regala?
Negli ultimi anni il mio sviluppo tecnico e le mie capacità canore e musicali si sono dovute fermare proprio per questo. Ho dovuto decidere se essere sempre più tecnico o essere imprenditore di me stesso. Ho scelto la seconda strada e, dopo aver visto cosa mi aspettava tra mercato e speculazione sulla musica emergente, ho voluto creare qualcosa che fosse condotto da me a 360°. Ho iniziato a farmi da booking e ho tirato su una booking che oggi aiuta moltissime band nel panorama toscano e nazionale. Si chiama Mantide Concerti. Le difficoltà sono molte e infinite: fai un passo e ne retrocedi tre, come nella famosa “danza del pinguino”. I vantaggi sono pochi, se non quello di non dover necessariamente seguire un calendario di pubblicazione o dover rendere conto alle major.
4. La tua storia artistica è profondamente legata a Firenze e alla scena locale, tra esibizioni alla Limonaia di Villa Strozzi e performance in club fiorentini. Qual è il rapporto che hai con la scena musicale della città e come ti ha sostenuto nel tempo?
La scena fiorentina è vasta, complessa e, per quanto riguarda la mia esperienza, accogliente. È un ottimo punto di partenza ma, ovviamente, come tutte le città, è anche chiusa, autoreferenziale e limitata. Ci sono tanti collettivi molto belli e intraprendenti, open mic quanti ne vuoi. Amo la mia città, ma sono anni che strutturo i miei tour fuori regione e a Firenze ormai suono poco.
5. Guardando al futuro, RESTA e il tour attuale sembrano indicare una fase di maturazione per Bonje in Yurt. Ci sono nuove direzioni o esplorazioni sonore che senti di voler affrontare nei prossimi progetti?
Sì, ho in mente tante cose e vedo già delle direzioni che si avvicineranno sempre di più al folclore del sud. Ambisco a tirare su una vera e propria orchestra. Ma ho anche tante canzoni da pubblicare che sono già perfette così, semplici, funzionali, con una chitarra e il silenzio.