Il progetto MAIA si muove in un territorio complesso, dove musica, immagini e tecnologia non sono semplici strumenti espressivi, ma parti integranti di un discorso più ampio. Indigesto, ultimo singolo del progetto, rende evidente questa impostazione, portando in primo piano una riflessione sulla precarietà generazionale che rifiuta qualsiasi forma di semplificazione.
L’artista che ha ideato MAIA sceglie di non raccontare la fragilità come esperienza individuale o come momento di passaggio. La precarietà viene osservata come struttura, come condizione sistemica che attraversa intere generazioni. Il brano e il videoclip costruiscono un linguaggio che non cerca empatia immediata, ma consapevolezza, affidandosi a dati ufficiali e a un’estetica volutamente riconoscibile.
L’ambientazione anni ’80 del video non è un omaggio nostalgico, ma una scelta simbolica. L’aerobica, con il suo carico di disciplina e promessa di successo, diventa metafora di una retorica ancora oggi dominante: l’idea che impegno e volontà individuale siano sempre sufficienti. Applicata al presente, questa narrazione mostra tutta la sua inadeguatezza, soprattutto quando viene messa a confronto con numeri che raccontano instabilità e mancanza di prospettive.
MAIA utilizza il corpo come spazio politico. La coreografia ripetitiva e meccanica mette in scena la performance continua richiesta ai soggetti contemporanei, chiamati a migliorarsi costantemente senza che il contesto economico offra reali possibilità di stabilità. In questo scenario, le frasi motivazionali non incoraggiano più, ma contribuiscono a spostare la responsabilità sui singoli.
L’elemento AI assisted si inserisce in questo quadro come strumento di amplificazione e rielaborazione. L’intelligenza artificiale non cancella la presenza umana, ma dialoga con essa, permettendo una scrittura più analitica e controllata.
Indigesto utilizza dati economici reali come parte integrante della narrazione: perché hai scelto di portarli dentro un contesto musicale e visivo?
Perché quei dati non sono astratti: sono la materia concreta della vita quotidiana.
Parlare di affitti, contratti a termine o stage non pagati non significa “fare informazione”, ma dare un nome a ciò che spesso resta sullo sfondo, normalizzato.
Inserirli in un contesto musicale e visivo serve a restituire loro una dimensione emotiva, corporea. Non volevo che fossero spiegati, ma sentiti.
Nel progetto emerge una critica alla retorica del “se vuoi, puoi”: pensi che oggi questo messaggio sia ancora dominante nel racconto pubblico?
Sì, ed è proprio questo il problema.
Quella retorica non solo è ancora dominante, ma si è fatta più sofisticata: oggi si presenta come empowerment, come positività, come crescita personale.
Il punto è che continua a rimuovere il contesto e a trasformare condizioni strutturali in responsabilità individuali. Indigesto nasce dal bisogno di smontare questo automatismo, non per polemica, ma per onestà.
Parli spesso di sistema più che di responsabilità individuale: quanto è difficile, oggi, far passare questo tipo di discorso senza essere fraintesi?
È molto difficile, perché siamo abituati a leggere tutto in termini morali: giusto/sbagliato, forte/debole, capace/incapace.
Parlare di sistema non significa negare l’agency individuale, ma rimettere le cose nella loro proporzione reale.
Il fraintendimento è quasi inevitabile, ma continuo a pensare che valga la pena correre il rischio, perché l’alternativa è continuare a colpevolizzare chi già fatica.
Credi che la musica possa ancora avere una funzione politica, anche senza assumere forme di protesta esplicita?
Assolutamente sì.
La musica è politica ogni volta che cambia il modo in cui guardiamo qualcosa, anche senza slogan o rivendicazioni dirette.
Nel mio caso non c’è volontà di “chiamare alla lotta”, ma di creare uno spazio di riconoscimento e di dubbio. A volte è proprio lì che la funzione politica è più efficace.
A chi senti che Indigesto parli in modo più diretto: a una generazione specifica o a un pubblico trasversale?
Parla sicuramente a una generazione che vive sulla propria pelle la precarietà, ma non credo sia un discorso anagrafico.
Riguarda chiunque si sia sentito dire, almeno una volta, che se qualcosa non funziona è perché non si è impegnato abbastanza.
In questo senso è un brano trasversale, anche se nasce da un contesto molto preciso.
Pensi che questo tipo di narrazione possa evolversi ulteriormente nei prossimi lavori di MAIA?
Sì, perché MAIA è prima di tutto uno sguardo.
Non so ancora in che forme evolverà questa narrazione, ma so che continuerà a interrogare il presente, senza addolcirlo e senza semplificarlo.
Se Indigesto è un punto di chiarezza, i prossimi lavori potranno essere altri punti di messa a fuoco.