Mona Grant: raccontare l’urgenza, senza compromessi

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I Mona Grant arrivano a questo nuovo passaggio del loro percorso con una consapevolezza che si riflette tanto nella scrittura quanto nel suono. Band lucchese attiva dal 2018, il progetto ha attraversato negli anni una fase di ricerca costante, trovando progressivamente una forma espressiva riconoscibile, fondata su un rock essenziale, attraversato da radici blues, tensioni psichedeliche e un’attenzione marcata alla dimensione narrativa. Un linguaggio che non cerca scorciatoie, ma si costruisce nel tempo, attraverso scelte coerenti e una visione precisa.

Il nuovo singolo Come un Soutine si inserisce in questa traiettoria come un punto di sintesi, più che come una rottura. Il brano nasce dall’esigenza di raccontare un incontro reale e di restituirne l’urgenza emotiva, senza ricorrere a etichette o prospettive rassicuranti. Al centro c’è un presente che si consuma nel momento stesso in cui viene vissuto, una relazione che esiste perché accade, non perché promette. Una scelta narrativa che si riflette in una scrittura asciutta e in un suono che lascia volutamente intatti gli spigoli.

Il riferimento a Chaïm Soutine non assume il valore di un semplice richiamo colto, ma diventa una dichiarazione di intenti. Come nell’opera del pittore, anche nella musica dei Mona Grant l’intensità supera la forma, la verità del gesto prevale sulla ricerca di una bellezza convenzionale. Questo approccio attraversa l’intero brano, dal testo alla struttura musicale, costruendo un racconto più emotivo che descrittivo, capace di suggerire stati d’animo piuttosto che definirli.

 

Dal punto di vista sonoro, la band conferma una direzione chiara: un rock nervoso e diretto, che non cerca compromessi né levigature, ma si affida alla forza del racconto e all’equilibrio tra le parti. La centralità della voce e del testo resta un elemento distintivo, sostenuta da una sezione strumentale che lavora per sottrazione e che accompagna il brano senza sovrastarlo.

“Come un Soutine” nasce dal racconto di un incontro reale. In che modo questa esperienza ha guidato la scrittura del brano?

È stata un’esperienza reale, non idealizzata: né perfetta né sbagliata. Ho cercato di restituire proprio questa veridicità. Racconta un incontro tra due persone diverse, ciascuna con i propri lati oscuri, lontano da qualsiasi ampollosità romantica. Anche nella musica ho provato a far emergere questi due stati emotivi distinti che semplicemente si accostano, senza fondersi del tutto.

Nel testo emerge l’idea di un amore che esiste solo nel presente, senza promesse né prospettive. Quanto è stata importante questa urgenza emotiva?

Era il nocciolo della storia. Volevo fermare, come in un’istantanea, il momento esatto in cui due persone decidono di aprirsi l’una all’altra: fotografarlo nel suo picco emotivo e fisico. Non ci sono promesse né iperboli. Le prospettive non sono assenti in assoluto, semplicemente diventano secondarie rispetto alla forza del momento.

Il riferimento a Chaïm Soutine richiama un’idea di verità che supera la forma. Quanto l’arte visiva influenza il vostro modo di scrivere canzoni?

Moltissimo. Amo il cinema, la pittura, la scultura e tutte le forme d’arte che cercano di esprimere un vissuto autentico. Credo che Soutine tentasse di imprimere sulle sue tele il proprio mondo interiore, la sua visione della realtà, usando contrasti cromatici forti e viscerali. La forma è importante, certo, ma l’idea di bellezza resta soggettiva: ciò che conta davvero è la verità che si riesce a trasmettere.

Dal punto di vista musicale avete scelto un rock asciutto, non levigato. È una scelta istintiva o sempre più consapevole?

Direi entrambe le cose. L’istinto è quello di andare dritti al punto, di sporcarsi le mani come farebbe uno scultore, senza sentire il bisogno di ripulire tutto. In questo caso, volendo restituire un’istantanea di un incontro, rendere il brano “perfetto” sarebbe stato quasi un tradimento. Questo approccio vale anche per molti altri lavori, quindi diventa una scelta sempre più consapevole. Non amo le cose troppo pettinate e patinate.

Rispetto ai lavori precedenti, cosa sentite di aver lasciato andare e cosa invece avete consolidato?

Il pubblico conosce solo un singolo precedente, anche se nel cassetto ci sono progetti più ampi. Non saprei dire cosa ho lasciato andare; forse l’intenzione di piacere, ma a ben vedere ne sono piuttosto sprovvisto da tempo. Di sicuro ho consolidato il desiderio di raccontare storie, anche “storte” per qualcuno, e l’urgenza di restituire schiettezza al rock.

Che tipo di ascolto immaginate per questo brano: più intimo o da condividere dal vivo?

Mi piacerebbe che fosse davvero ascoltato, non semplicemente lasciato in sottofondo – anche se probabilmente è un desiderio comune a tutti gli artisti. Direi più intimo, ma mentirei se dicessi solo quello. Me lo immagino anche come apertura di un concerto: penombra, poche luci, il basso che riempie l’aria, e poi l’esplosione sui ritornelli.

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