Il suono di BabyGrand Project affonda le radici nel rock inglese degli anni ’60, attraversa il brit-pop di fine millennio e arriva fino all’indie UK più recente. In “Undefined” queste influenze convivono in modo naturale, come parte di un vero e proprio linguaggio personale. Un progetto che guarda alla tradizione britannica come fonte viva e non come semplice riferimento stilistico.
Ne abbiamo parlato insieme a Davide Cassaniti (la mente che c’è dietro BabyGrand Project) nel corso di un’intervista.
I Beatles rappresentano una svolta fondamentale nella tua formazione. Cosa ti hanno insegnato come autore?
“I Beatles rappresentano per me una vera e propria Bibbia musicale. Mi hanno insegnato la capacità di intrecciare melodie complesse con una varietà armonica incredibile, il tutto all’interno di arrangiamenti mai scontati e mai simili a qualcosa di già proposto. Al contempo, però, hanno dimostrato che la sperimentazione non deve mai andare a discapito della canzone, ma deve restare sempre al suo servizio.”
Quali elementi del rock inglese senti ancora centrali nel tuo modo di scrivere oggi?
“Sicuramente il senso della ‘struttura’ e la centralità del groove. Del rock inglese mi affascina da sempre la spinta innovativa, quella capacità intrinseca di essere un passo avanti, dettare i tempi e agire come precursore, rimanendo al contempo fedele e riconoscente verso il passato.”
Come riesci a mantenere vive queste influenze senza trasformarle in nostalgia?
“Credo ci sia una profonda differenza tra nostalgia e fascino. La nostalgia è volta all’indietro, mentre il fascino significa saper cogliere il valore del passato per contestualizzarlo e farlo stare coerentemente nel mondo attuale. Il mio brano, Undefined, è stato registrato in digitale, passato su bobina analogica e successivamente masterizzato ad Abbey Road. Non è un’operazione nostalgia, ma una scelta di design sonoro: mescolare il calore delle tecniche di ieri con la tecnologia di ultimissima generazione per vestire canzoni scritte con la sensibilità e le inquietudini della realtà odierna.”
Il pianoforte ha un ruolo centrale nel brano. È una scelta legata anche a quella tradizione musicale?
“Assolutamente sì. Il nome stesso del progetto, BabyGrand Project, chiarisce questa centralità. Il pianoforte è lo strumento con cui ‘vedo’ la musica. Nel rock britannico, da Elton John a Richard Wright, il piano ha sempre avuto un ruolo di spessore, quasi architettonico. In Undefined ho voluto che lo strumento avesse quella presenza tipica degli anni ’60: un suono onesto, che rappresentasse il cuore pulsante di tutto l’arrangiamento senza però prevaricare, ma sostenendo ogni sfumatura del brano.”
Pensi che il rock britannico abbia ancora qualcosa di nuovo da dire anche nella nostra epoca?
“Penso che il rock britannico sia più una ‘forma mentis’ che un genere. Ho vissuto a Londra per un periodo della mia vita e mi sono reso conto di quanto la musica faccia parte dell’essenza stessa delle persone: respirano musica, quasi tutti hanno in casa uno strumento. Credo che nomi attuali come Sam Fender, Inhaler o Yungblud rappresentino perfettamente questa continuità: attingono al passato, ma con un sapore decisamente moderno. Finché ci sarà questa urgenza di esprimersi attraverso gli strumenti, il rock britannico avrà sempre qualcosa di nuovo e rilevante da dire.”