Milano è spesso raccontata come una città che accelera tutto, anche i percorsi artistici. Per Hesanobody, però, non è tanto un centro da inseguire quanto uno spazio di possibilità, incontri e stimoli. In questa conversazione, il progetto di Gaetano Dino riflette sul rapporto con la scena musicale milanese, sugli incontri che hanno segnato il suo percorso — da PLASTICA ai fratelli Fugazza — e su un’idea di comunità che resta intima, laterale, profondamente personale. Un dialogo che mette al centro la libertà creativa più che l’appartenenza a un circuito.
Milano è spesso raccontata come una città che accelera tutto, anche i percorsi artistici. Che tipo di relazione hai con la scena musicale milanese oggi? Ti ha più formato, messo alla prova o costretto a ridefinirti?
Ammiro molto diversi artisti, ma non mi sento messo alla prova né costretto a cambiare direzione. Piuttosto, mi sento stimolato. Quando ascolto cose che ritengo davvero belle, scatta in modo naturale il desiderio di rimettermi all’opera, come mi succede ogni volta che la musica mi colpisce. Quello che mi attrae di più di Milano è la possibilità di entrare in contatto con persone affini, creare connessioni e far accadere qualcosa insieme.
Nel tuo percorso c’è un momento in cui l’incontro con PLASTICA diventa centrale. Come vi siete conosciuti e cosa ha rappresentato per te entrare in contatto con una realtà così radicata nell’indipendente italiano?
Ho conosciuto Matilde quando non era ancora PLASTICA, ma era già una musicista e producer straordinaria, all’altezza della persona che è. Abbiamo progettato insieme i primi live e suonato un po’ in giro. Sono grato di averla incontrata nel mio percorso, avendo imparato molto da quel confronto, soprattutto in termini di attitudine e di approccio consapevole a un progetto artistico.
I fratelli Fugazza sono considerati figure di riferimento per la scena alternativa e DIY. Quando li hai incontrati per la prima volta e in che modo il confronto con loro ha influito sul tuo modo di pensare la musica, oltre che di farla?
Li ho conosciuti alla fine del 2018 grazie alle loro produzioni per NAVA. Scoprire che si trattava di un progetto totalmente italiano mi ha spinto a contattare subito Francesco Fugazza. Da lì, incastrandoci tra i loro impegni sempre più intensi, siamo riusciti a realizzare A Song You Might Like, che fin dall’inizio immaginavo come un brano estremamente “scomposto”, costruito su sezioni diverse e contrastanti. Il confronto con loro ha esaltato questa visione, mostrandomi come spingerla al massimo senza perdere equilibrio, e come rendere musicalmente sensata anche una struttura irregolare.
Guardando Milano dall’interno, sembra spesso una scena fatta di connessioni fortissime ma anche di compartimenti stagni. Ti senti parte di una “comunità” o vivi il tuo progetto come qualcosa di più laterale rispetto ai circuiti dominanti?
Francamente non mi sono mai interrogato troppo su questa dinamica. La mia comunità sono le persone di cui mi circondo nella quotidianità, con alcune condivido la musica, con altre semplicemente il tempo. Hesanobody resta comunque un microcosmo, anzi una stanzetta, in cui posso rimanere libero di fare ciò che mi stimola davvero in un determinato momento, al di là dei cosiddetti circuiti dominanti.
Oggi che Hesanobody è un piccolo nome riconosciuto, senti una responsabilità nei confronti della scena da cui provieni? Pensi che Milano stia ancora offrendo spazio a visioni nuove o stia diventando sempre più autoreferenziale?
Non so se Hesanobody sia davvero un piccolo nome riconosciuto, ma anche se lo fosse sentirei una responsabilità solo nei confronti di me stesso. Milano non è quella di dieci anni fa, così come non lo è la musica, e tra dieci anni sarà ancora tutto diverso. Credo sia naturale e, al netto di possibili derive autoreferenziali, non è qualcosa che mi preoccupa particolarmente. Ogni epoca ha i suoi centri e le sue periferie. Forse dovremmo semplicemente smettere di considerarli costanti e di riporvi aspettative.