L’uscita di Out of the Tunnel segna un passaggio rilevante nel percorso di Wild Bloom, non tanto per una svolta improvvisa quanto per la messa a fuoco di una direzione già avviata. Il brano si presenta come una riflessione aperta sull’idea di attraversamento e di uscita: dai tunnel interiori, dalle dipendenze, dalle abitudini che limitano lo sguardo e il respiro. È un tema affrontato senza enfasi narrativa, ma attraverso una costruzione sonora che lavora per sottrazione e atmosfera, lasciando spazio a una percezione graduale di liberazione.
Fin dalle prime battute, Out of the Tunnel mette al centro un equilibrio delicato tra essenzialità e suggestione. L’assenza della batteria, scelta non scontata, contribuisce a creare un flusso continuo, quasi liquido, su cui si innestano richiami evidenti ma mai imitativi a un immaginario rock e pop degli anni Ottanta. Le influenze dichiarate – dagli U2 di quel periodo fino a un’apertura orchestrale che guarda ai Queen di Innuendo – vengono assorbite in una scrittura personale, che preferisce evocare piuttosto che affermare.
Il singolo si inserisce come secondo capitolo di un percorso di metamorfosi già avviato, confermando la volontà di Wild Bloom di ridefinire la propria identità sonora in chiave più intima e sperimentale. L’uso della lingua inglese, in questo contesto, non punta tanto alla comprensione letterale quanto alla trasmissione emotiva, come se il brano fosse pensato prima di tutto come uno spazio sensoriale condiviso.
“Out of the Tunnel” arriva in una fase di consolidamento del progetto Wild Bloom. Cosa rappresenta per te questo momento?
Rappresenta un cambiamento di personalità. Ho trovato un abito più versatile, che riesce a vestire meglio le diverse parti di me che convivono e dialogano. È un momento in cui sento di essere più allineato, meno rigido, più vero.
Il singolo rinuncia a una struttura tradizionale. Quanto è stato rischioso fare questa scelta oggi?
Sicuramente è stato rischioso. Ma fidandomi delle mie capacità, ero certo di non aver fatto qualcosa di banale. La mia vera paura era che nessuno si accorgesse di questa piccola perla: un momento di perfezione spontanea, anticonvenzionale, nato senza alcuna pretesa.
È una canzone che esiste perché doveva esistere, non per rispettare una formula.
Le influenze di U2 e Queen sono parte della tua formazione. Come cambia il tuo rapporto con questi riferimenti nel tempo?
Sono sempre lì, a disposizione. Posso tornarci quando voglio e ritrovare quelle emozioni che creano magia. Un album è un contenitore di emozioni a cui puoi accedere liberamente, senza bisogno di una prescrizione medica. Oggi la musica è ovunque: YouTube, Spotify… possiamo chiuderci in una stanza e ascoltare queste opere d’arte ogni volta che ne sentiamo il bisogno.
Nel brano si percepisce una forte idea di attraversamento. È un concetto che senti vicino anche al tuo percorso professionale?
Molto. A volte mi sento stretto in questo corpo, in questa vita, in questa società. È come vivere in una prigione che provoca dolore. Vorrei attraversare la pelle, filtrare, sentire solo emozioni e vibrazioni: le cose che mi fanno sentire vivo.
Out of the Tunnel è un’opera che può portarti dall’altra parte, che ti accompagna nel passaggio.
Come cambia l’esperienza di “Out of the Tunnel” dal vivo rispetto alla versione in studio?
Cambia moltissimo. L’ho suonata anche in acustico e mi sono ritrovato tre ragazze che la ballavano, completamente sbronze, convinte fosse una cover grunge degli anni ’80/’90.
Ed è stato bellissimo: significa che il brano vive di vita propria.
Questo singolo apre a una nuova fase creativa: cosa possiamo aspettarci dal prossimo capitolo?
C’è tanto materiale in cantiere. Credo che raccoglierò tutto in un album, per tirare le somme della mia creatività degli ultimi anni e dare una forma definitiva a questo percorso.