Diletta Fosso: “Belli/e” e la ricerca di una bellezza non filtrata

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È uscito Belli/e, il nuovo singolo di Diletta Fosso, un brano che affronta il tema dell’apparenza partendo da una prospettiva quotidiana e riconoscibile. La canzone nasce dall’osservazione di un gesto ripetuto, quasi inconsapevole, come lo scorrere continuo delle immagini sui social, e dal contrasto con una realtà che, fuori dallo schermo, appare molto diversa.

Il testo non cerca spiegazioni né soluzioni, ma procede per accostamenti. Le parole del vocabolario digitale convivono con immagini più semplici e domestiche, creando un racconto che lascia spazio all’ascoltatore. Belli/e non giudica il presente, lo attraversa, mettendo in evidenza una tensione che resta aperta: quella tra ciò che viene mostrato e ciò che resta invisibile.

Anche la scelta musicale riflette questa impostazione. Il brano si muove all’interno di una struttura pop lineare, sostenuta da un arrangiamento sobrio che valorizza la voce e il violoncello. Lo strumento non diventa mai protagonista assoluto, ma accompagna il brano con misura, rafforzandone il tono intimo.

Belli/e restituisce così un’idea di bellezza lontana dai parametri imposti, senza trasformarla in un messaggio dichiarato. È una canzone che suggerisce più di quanto affermi, lasciando che siano le immagini e il suono a costruire il senso. In questa intervista, Diletta Fosso approfondisce il percorso che ha portato alla scrittura del brano, il rapporto tra linguaggio e musica e il modo in cui Belli/e si inserisce in una ricerca artistica sempre più consapevole.

Arrivi da una formazione classica molto solida. In che modo il violoncello influenza il tuo modo di pensare una canzone pop come Belli/e? 
Il violoncello mi ha insegnato a non accontentarmi mai della prima idea carina che esce. Quando scrivo un pezzo pop come “Belli/e” penso che il ritornello debba funzionare anche se togli tutte le luci e restano solo voce e cello. La parte classica mi tiene ancorata alla profondità, il pop mi spinge a renderla super cantabile: “Belli/e” è proprio l’incontro tra queste due anime.

Hai spesso parlato della difficoltà di scegliere tra eleganza e immediatezza. Come riesci a tenere insieme queste due dimensioni nella tua musica? 
Io vorrei che le mie canzoni fossero un po’ come quei film che puoi guardare sia per rilassarti che per farti mille domande. In “Belli/e” cerco frasi che ti rimangono in testa al primo ascolto, ma dentro ci infilo immagini più delicate, quasi da poesia, che magari scopri solo al terzo ascolto. Sì, vorrei che le mie canzoni si possano cantare, ma mi piace che ci sia sempre uno strato in più.

In Belli/e il suono è scorrevole e ironico, ma mai superficiale. Quanto lavoro c’è dietro l’equilibrio tra semplicità e complessità?
In realtà è un delirio di limature! L’obiettivo è fare un pezzo che possa scivolare nelle playlist, ma con dettagli di arrangiamento e di testo che non ti trattano da scemo: il violoncello che non fa solo tappezzeria, i cambi di dinamica, le parole scelte al millimetro. La vera sfida è far sembrare tutto naturale, come quando dici “mi sono svegliata così” ma in realtà ci hai pensato per ore. 

Il tuo progetto sembra muoversi tra scrittura cantautorale e attenzione al presente. Quanto contano, per te, l’osservazione e l’ascolto della realtà? 
Sono il punto di partenza di tutto. “Belli/e” nasce guardando il contrasto tra i feed perfetti e i pigiami sgualciti della vita vera, tra i filtri e le occhiaie delle mattine di scuola. Io rubo frasi alle chat, alle vetrine, ai discorsi sui mezzi: poi provo a restituirle in musica, senza fare la prof, ma cercando dei piccoli “ehi, ma sono io!”.

Nei tuoi brani emergono temi come cyberbullismo, pressione sociale e accettazione. Senti una responsabilità particolare nel parlare a una generazione giovane? 
Sì, ma è una responsabilità bella, non un peso. Ho visto cosa combinano i commenti cattivi e i filtri messi male, quindi non riesco a fare finta di niente quando scrivo. Se una mia canzone aiuta qualcuno a smettere di odiarsi allo specchio o a chiedere aiuto, allora tutto il resto passa in secondo piano.

Guardando al futuro, immagini Belli/e come un episodio isolato o come l’inizio di una direzione sonora più definita? 
Per me “Belli/e” è un tassello, non una parentesi. Mi piace questo mix di pop diretto, suono curato e testi che giocano con il linguaggio dei social, e ci sto costruendo intorno dei pezzi nuovi. Cambieranno vestito, ma l’idea resta questa: fare musica che ti fa muovere la testa… e pure un po’ i pensieri.

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