Con Sambèło da ròcoło, gli Anatemah firmano un disco che lavora per sottrazione e ambiguità, muovendosi in quella zona instabile in cui jazz, improvvisazione ed elettronica cessano di essere generi e diventano strumenti percettivi. Il trio costruisce un linguaggio che sembra familiare solo in apparenza: melodie, groove e timbri riconoscibili vengono costantemente deviati, incrinati, messi in discussione da micro-slittamenti e scarti improvvisi. È una musica che non cerca l’impatto immediato, ma una forma di attrazione lenta, quasi ipnotica, che chiede all’ascoltatore di restare vigile.

Il titolo, radicato nel dialetto veneto e nella figura ambigua del sambèlo, diventa una chiave di lettura centrale: ingenuità e trappola convivono, così come leggerezza apparente e complessità strutturale. Anche quando il suono sembra giocoso, c’è sempre qualcosa che disturba l’equilibrio, che rende l’ascolto instabile e fertile. In questo senso, Sambèło da ròcoło è un disco profondamente “cinematografico” senza essere descrittivo: più che raccontare immagini, le suggerisce, le deforma, le lascia emergere e dissolversi.
La collaborazione con Frank Martino contribuisce ad ampliare ulteriormente questo immaginario aperto e non gerarchico, spingendo il trio fuori da soluzioni prevedibili e rafforzando l’idea del disco come spazio di ricerca più che come oggetto chiuso. Ne risulta un lavoro che funziona come un vero laboratorio sonoro, in cui composizione e registrazione coincidono, e in cui l’errore e l’anticipazione diventano materiali espressivi. Sambèło da ròcoło non offre appigli rassicuranti: preferisce spostare il punto di vista, costringendo chi ascolta a rinegoziare continuamente il proprio ruolo.
Sambèło da ròcoło ha un titolo che richiama il dialetto veneto e la figura di un uccello — in che modo questo simbolismo ha influenzato l’approccio sonoro dell’album?
Il sambèlo è un uccellino usato come richiamo nella caccia, ma in dialetto significa anche “scemo”. Questo doppio senso ci interessa molto: ingenuità e trappola, attrazione e pericolo. A livello sonoro si traduce in musica che sembra semplice o giocosa, ma che in realtà nasconde strutture instabili, deviazioni improvvise, zone ambigue. Ci piace l’idea di attirare l’ascoltatore in uno spazio familiare e poi spostare il terreno sotto i piedi.
Nel vostro lavoro si parla spesso di “surrealismo quotidiano” e di trasfigurazione sonora della realtà: come tradurre concetti così concettuali in musica strumentale?
Non partiamo mai da un’idea teorica da dimostrare. Il surrealismo quotidiano, per noi, è guardare le cose normali da una prospettiva leggermente spostata. In musica significa lavorare su dettagli minimi: un suono che entra nel momento sbagliato, un groove che si incrina, un gesto ripetuto fino a diventare altro. È un modo empirico di deformare la realtà, più che raccontarla.
Il trio mescola jazz, elettronica e improvvisazione. Come bilanciate queste componenti durante la composizione e la registrazione?
Non pensiamo alle componenti come a livelli da bilanciare, ma come a un unico ecosistema. Alcuni brani nascono da improvvisazioni riassemblate, altri da composizioni più definite. L’elettronica non è un colore aggiunto, ma parte del linguaggio, soprattutto nel lavoro di post-produzione. La registrazione è stata un’estensione del processo compositivo, non una semplice documentazione.
In Sambèło da ròcoło avete collaborato con il chitarrista/produttore Frank Martino. In che modo il suo contributo ha ampliato il vostro immaginario sonoro?
Frank è un amico prima ancora che un collaboratore. Condivide con noi un’idea di suono aperta e non gerarchica. Il suo contributo è stato quello di mettere in discussione alcune scelte, spingerci verso soluzioni meno prevedibili, aprire spazi timbrici nuovi. In alcuni casi ha cambiato radicalmente il destino di un brano, proprio perché non aveva un attaccamento “interno” al materiale.
I titoli delle tracce evocano spesso immagini e vocaboli dialettali. C’è un legame tra queste scelte linguistiche e il modo in cui costruite le vostre composizioni?
Sì, perché il dialetto non filtra. È diretto, a volte ruvido, non cerca di piacere. I titoli non descrivono la musica, ma ne condividono l’attitudine. Sono immagini aperte, ambigue, come i pezzi stessi. Spesso il titolo arriva dopo, come una lente che mette a fuoco quello che già c’era, inconsciamente.
La vostra musica è stata descritta come un “laboratorio sonoro” in continua evoluzione: quali nuove direzioni, tecniche o strumenti vi piacerebbe esplorare nei prossimi progetti?
Ci interessa continuare a lavorare sull’anticipazione e sull’errore. Ampliare l’uso dell’elettronica in tempo reale, spingere ancora di più l’interazione fra suono e performance, magari rendendo i live sempre meno “concerto” e sempre più evento. Non abbiamo una direzione precisa: preferiamo restare in uno stato di curiosità permanente, che per noi è la condizione migliore per fare musica.