Eliotropica e l’ora dei demoni – Intervista a Taglialucci

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Alle 03:23 l’aria sembra sospesa, come se la città trattenesse il fiato. È allora che il quotidiano si deforma e mostra il suo lato più oscuro. È allora che nasce “Eliotropica”, il nuovo singolo di Taglialucci che si presenta come una lente deformante sul disordine contemporaneo. Un rock tanto luminoso quanto minaccioso che scava nelle zone più infestate della nostra epoca tra streaming h24, non-luoghi, algoritmi che ci definiscono e ci divorano. Taglialucci mette a nudo l’inferno dei viventi in un viaggio mistico, urbano e disturbante.

Scopri il brano: https://bfan.link/eliotropica

Nel brano “Eliotropica” citi le 03:23, l’ora dei demoni. Cosa c’è alla base di questo immaginario?

I demoni sono i Gipsy King, li ho percepiti subito, perché così mi risuonavano, presenze infernali, anti-sirene i cui richiami sonori provengono dagli abissi; si manifestano alle 03.23, prima che si chiuda il sipario, quando sei lì sfatto, sdraiato, solo e poco divertito, in qualche locale affollato e improbabile; l’ora dei demoni è il tempo che si annuncia verso le 3 di notte, è lo spazio dei non luoghi, non è l’ora della brioche, la pre-alba, e il momento in cui l’alienazione urbana raggiunge il suo picco di fuori controllo.

L’inferno dei viventi sembra essere ovunque: consegne a domicilio, streaming, aeroporti. Qual è l’immagine che per prima ti ha suggerito il concept del brano?

Credo la discoteca nelle ore piccole appunto, in quel livello di alienazione e spaesamento, ho notato che c’è una specie di distanza lucida tra le persone, un distacco fisico calcolato, non c’è alcuna forma di sensualità, c’è una luce fredda che separa i corpi, la luce della stanchezza, asciutta e gelida, dove ognuno è immerso nel suo piccolo inferno. L’inferno è una separazione, il vuoto abissale, la non condivisione. Il mio inferno è un inferno freddo, fatto di neon, di supermercati e supereroi notturni, quasi gelido e molto meno meno desiderabile delle fiamme luciferine.

Hai voluto creare un sound che sembra “piegarsi alla luce e al caos”. Quali scelte di produzione hanno contribuito a creare questa tensione?

Abbiamo voluto creare un climax sonoro molto particolareggiato, abbiamo pensato un finale che voleva essere una specie di tunnel luminoso, caldo e lungo, un insieme di suoni circolari che vogliono indicare uno spiraglio, un vortice dolce, il fatto che il brano resti così sospeso crea una coda inaspettata e probabilmente una certa tensione. Mi fa piacere che ti sia arrivata questa sensazione di cattura.

Calvino è un riferimento esplicito. Come hai tradotto la sua riflessione sull’inferno quotidiano in un linguaggio sonoro? E che cosa, per te, non è inferno?

Ho utilizzato dei refrain piuttosto noise, e una ritmica ossessiva, lasciando degli spiragli caldi, qua e la, una chitarra con un bel chorus, ad esempio, crea luce e come ti dicevo il finale fa la differenza. Il non-inferno è il mondo della condivisione, il mondo, dove non siamo invisibili. Il mondo non è mai al riparo dai conflitti, il conflitto è il motore del mondo, il mondo come condivisione, presuppone la vista dell’altro, con i suoi limiti, il suo impatto fisico materiale; il vero inferno è l’accettazione, il rifiuto del conflitto, neppure il cinismo, molto prima, ad esempio quando ci ritagliamo una ideologia prêt-à-porter per legittimare il nostro status, l’auto – assoluzione autoronica. Il non inferno è un modo difficile di mettersi in gioco e in discussione anche dove fa più casino, accettare il limite affascinante e pericoloso dell’altro. In questi giorni si parla molto di boschi, famiglie nei boschi, case editrici. Per Junger il passaggio al bosco nel “Trattato del ribelle”, rappresenta la fuga dalla società di massa, probabilmente per l’epoca era una versione fortemente identitaria senza dubbio, (Junger forse aveva già capito che l’ideologia di mercato avrebbe riassorbito e riciclato le suddette identità,  in un sistema di consenso ancora più pervasivo), mi tengo questa immagine fortissima di salvaguardia, non tanto dell’individuo, forse della persona, o meglio ancora dell’essere umano, o dell’essere e basta, unico irripetibile e plurale.

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