Il Generatore Di Tensione sviluppa un manifesto generazionale in “Crescere Perdersi”, e li abbiamo intervistati

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Crescere perdersi” è il nuovo EP de Il Generatore di Tensione, disponibile su tutte le piattaforme digitali da venerdì 21 giugno 2024, già anticipato da una serie di singoli che hanno trovato spazio in uno speciale tour negli appartamenti di tutta Italia (da Milano a Roma, passando per Rimini e Bologna…), concerti più intimi e silenziosi che ben rappresentano l’anima di questo progetto che vuole fare meno rumore e non sente il bisogno di urlare.

Con la matrice distintiva de Il Generatore di Tensione, duo che fonde cantautorato, indie e rap, questo disco affronta le tematiche che si legano al diventare adulti, all’innamorarsi, al sentirsi artisti. Lo fa sottovoce: due voci e una chitarra. L’EP esce da indipendenti dopo l’esperienza con Pressing Line, etichetta di Lucio Dalla, che li ha portati ad essere ospiti speciali al MEl.

Di loro ci ha colpito la missione, di fare musica senza urlare, che si possano raccontare sentimenti puri senza esasperarli, e in attesa di recensirli, li abbiamo anche intervistati.

  1. Ci ha colpito molto il fatto che sentite l’esigenza di non urlare, di creare musica ma che sia “sottovoce”. È sempre stato così? Secondo voi che origini ha questa esigenza? 

Grazie per averlo notato, in effetti è un po’ di tempo che andiamo di sottrazione. Michele Postpischl, il fonico che ha mixato l’ep, sono anni che ci ripete “less is more”. Non è assolutamente sempre stato così, soprattutto quando si è più insicuri si tende a voler dimostrare qualcosa. Probabilmente apprezzando molto artisti come Niccolò Fabi ci si convince che la forza comunicativa può essere gigante anche senza urlare. Forse, in definitiva, apprezziamo chi sa farsi ascoltare sottovoce.

  1. Quali sono invece i vostri ascolti da cui derivano le vostre influenze rap? Cantautorato e rap vanno d’accordo?

A Bologna quando eravamo piccoli si viveva l’esplosione del rap e in ogni angolo, nei parchi o nelle piazze c’erano ragazzini che facevano freestyle. Quindi ascoltavamo Inoki, Caparezza, Mistaman e più tardi Willie Peyote, Dutch Nazari e Mecna. Il rap italiano e il cantautorato pensiamo vadano molto d’accordo, entrambi vivono di sincerità e di racconti di storie e di sé.

  1. Quale delle date live dove avete portato in giro il vostro nuovo EP “Crescere perdersi”, considerate la più riuscita?

Siamo veramente molto soddisfatti della riuscita di tutte le serate ma probabilmente la serata a Roma è stata la festa più inaspettata, un momento davvero magico. Quella sera ci è anche capitata una cosa veramente emozionante: tra il pubblico c’erano persone che ci hanno incontrato tramite le sponsorizzate su Instagram e hanno deciso di andare in una casa di uno sconosciuto a esplorare la propria vulnerabilità tramite le canzoni e poi fare festa con degli sconosciuti. In qualche modo per noi è stata la validazione del nostro lavoro di questi mesi.

  1. E come avete scelto dove registrare questo disco e con chi lavorare?

Questo disco è stato registrato al parco, in garage, nella cabina armadio, in camera, nello studio di amici. L’abbiamo registrato noi, accettando le imperfezioni, i rumori di sottofondo, ambendo ad essere il più autentici possibile. Poi ci abbiamo lavorato – sia rispetto al suono che alle immagini del progetto – solo con persone che stimiamo sia umanamente che professionalmente. Seguiamo la regola di lavorare solo con chi è innamorato del progetto, non chi vuole metterci mano perché ci vede un futuro o vuole il suo nome di un progetto in più. E così abbiamo messo in piedi una squadra che amiamo.

  1. Cosa rappresentano le linee colorate sulla copertina del disco?

Sono i percorsi di ogni brano dell’ep. Quando abbiamo pensato, con i ragazzi di Ragù Studio, alla copertina, l’idea di fare una mappa ci ha subito colpiti. Ogni singolo ha il suo paesaggio, alcune sono vicine all’acqua, altre vicine alle montagne. La mappa sono le canzoni, l’arte con cui non ci perdiamo nel nostro crescere, perdersi e (forse) ritrovarsi, grazie al faro che ci aiuta ad orientarci. Dietro ai percorsi, quasi ingabbiati dietro ad essi, ci siamo noi in uno scatto di Matteo Marinelli.

 

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