Deaf Kaki Chumpy, tra ricerca musicale e libertà espressiva: dentro il mondo di Agàpe

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Nati nel 2015 all’interno dei Civici Corsi di Jazz di Milano, i Deaf Kaki Chumpy hanno costruito nel tempo un’identità musicale difficile da ricondurre a un’unica definizione, intrecciando jazz, rock, progressive e sperimentazione. Con Agàpe, il loro nuovo lavoro, questa attitudine si confronta anche con una dimensione più intima e introspettiva, affidata a testi in italiano che esplorano le relazioni, le fragilità e le molteplici forme dell’amore. Un disco che non rinuncia alla complessità degli arrangiamenti, ma che rivendica anche il valore dell’ascolto attento e del tempo necessario per entrare davvero nella musica. Ne parliamo con Andrea Daolio, tra le origini del progetto, le influenze che ne hanno accompagnato l’evoluzione e le prospettive future della band.

1. Il titolo Agàpe richiama un’idea di amore universale e gratuito. Quando avete iniziato a lavorare al disco avevate già in mente questo filo conduttore oppure è stato qualcosa che è emerso naturalmente, brano dopo brano?

È un tema che è affiorato mano a mano attraverso alcune letture specifiche che hanno influenzato la stesura dei testi; in particolare il termine “Agàpe” è stato scoperto nel libro Il Capitale Amoroso di Jennifer Guerra, edito da Bompiani.

2. Il jazz è uno dei linguaggi che attraversano da sempre la vostra musica. Com’è entrato nelle vostre vite e quanto ha influenzato la nascita dei Deaf Kaki Chumpy, sia dal punto di vista artistico che umano?

Direi che è stato fondamentale, in quanto i Deaf Kaki Chumpy sono nati nel 2015 all’interno dei Civici Corsi di Jazz di Milano, dove la maggior parte di noi studiava; quindi è stata quella cosa e l’interesse per esso che ha fatto incrociare le nostre vie.

3. Siete nati tra la Civica di Jazz e le esperienze condivise al LUME. In questi dieci anni le vostre influenze musicali sono cambiate? Ci sono artisti, dischi o generi che hanno modificato il vostro modo di scrivere e arrangiare rispetto agli inizi?

Siamo stati, sin dall’inizio, con un piede nel passato e uno nel presente; questo non solo per quanto riguarda il jazz, ma per la musica tutta. Per questo cerchiamo di essere sempre molto ricettivi e aperti alla scoperta di nuova e vecchia musica. Nella musica dei nostri tre album influenze di Stravinskij e Duke Ellington si incontrano con quelle di Hiatus Kaiyote, Snarky Puppy e Hans Zimmer; oppure, pensando al nuovo disco, influenze di Battiato, del prog italiano degli anni ’70 e di Zappa si intrecciano con quelle di Donny McCaslin, Nine Inch Nails, Opeth e Tigran Hamasyan.

4. Brani come Nel sonno e Ultime Volontà affrontano temi molto profondi senza mai perdere di vista la ricerca musicale. Quanto è importante, per voi, che la complessità degli arrangiamenti rimanga sempre al servizio dell’emozione e non diventi un semplice esercizio di stile?

Direi che è fondamentale. Poi, ovviamente, siamo anche dei “nerd musicali”, quindi il fatto di sperimentare e provare a fare cose difficili, sotto vari punti di vista, magari mai fatte prima, ci stimola e ci spinge a metterci alla prova; senza però perdere mai il focus sulla musica e su quello che si vuole cercare di trasmettere.

5. La vostra musica richiede tempo e attenzione, qualità sempre più rare nell’epoca dello streaming e dell’ascolto veloce. Vi capita mai di sentirvi “fuori tempo” rispetto alle logiche del mercato oppure considerate questa scelta una parte imprescindibile della vostra identità?

Pensiamo che sia proprio un nostro aspetto peculiare. Ci piace pensare che chi decide di ascoltare la nostra musica si prenda del tempo per farlo e provare ad entrarci dentro. Nell’era del multitasking fare una cosa alla volta è un piccolo atto di ribellione.

Abbiamo provato poi, in passato, ad accorciare i tempi dei nostri brani, a renderli “più radiofonici”, ma abbiamo capito che non era la nostra dimensione: prendersi il tempo necessario per raccontare una storia attraverso musica e parole è sempre stata una nostra prerogativa.

6. Dopo un disco come Agàpe, che sembra racchiudere molte delle sfaccettature della vostra poetica, quale direzione immaginate per il futuro dei Deaf Kaki Chumpy? L’uso dell’italiano rappresenta un punto di arrivo o soltanto l’inizio di un nuovo percorso?

Sinceramente, al momento non lo sappiamo… Lasciamo aperte tutte le porte e vedremo un po’ quale sceglieremo.

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