Hibaku Jumoku: «Quando nessuno è soltanto accompagnamento, il dialogo diventa più aperto»

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Ci sono progetti musicali che nascono proprio dalla possibilità di mettere in discussione gli equilibri abituali, rinunciando a ruoli prestabiliti e lasciando che siano le idee a determinare la forma della musica. Gli Hibaku Jumoku si muovono in questa direzione, attraverso una formazione inusuale che riunisce Paolo Inserra alla batteria, Antonio Gallucci al sax tenore e Francesco Bucci al basso tuba. Una combinazione che diventa il punto di partenza per un dialogo aperto tra strumenti, esperienze e linguaggi differenti.

Il loro disco d’esordio, pubblicato per Record Y, arriva dopo un percorso costruito anche attraverso numerose esibizioni dal vivo e restituisce una ricerca che attraversa jazz, punk ed elettronica senza la necessità di trovare una collocazione precisa. Al centro c’è soprattutto la possibilità di fare musica senza gerarchie rigide, lasciando spazio all’imprevisto, alla sperimentazione e all’ascolto reciproco.

Anche il nome del trio custodisce un significato importante: gli Hibaku Jumoku sono gli alberi sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima, diventati simbolo di resistenza e capacità di rigenerazione. Un’immagine che apre una riflessione sul rapporto tra musica, memoria e possibilità di prendere posizione anche attraverso un linguaggio esclusivamente strumentale.

Per Lost in Groove abbiamo incontrato il trio per parlare della nascita del progetto, della libertà di sottrarsi alle etichette e di cosa significhi costruire un’identità musicale comune senza rinunciare alle differenze individuali.

1. Il vostro disco d’esordio arriva dopo un percorso costruito anche attraverso una ventina di concerti. Quanto è cambiata la musica degli Hibaku Jumoku nel passaggio dalla sala prove al palco? Ci sono brani che avete imparato a conoscere davvero soltanto suonandoli davanti al pubblico?

Più che cambiare radicalmente, la musica degli Hibaku Jumoku si è trasformata in modo continuo attraverso l’esperienza dal vivo. Non c’è stato un momento preciso in cui un brano è diventato qualcos’altro, ma un processo costante di adattamento al contesto, all’acustica dei luoghi e all’interazione tra noi. In questo senso molti pezzi li abbiamo compresi davvero soltanto sul palco, perché è lì che alcune possibilità emerse in prova hanno trovato una loro forma più autentica. Il disco rappresenta una fotografia di quel percorso, non il suo punto d’arrivo.

2. Avete scelto una formazione insolita, in cui il basso tuba prende il posto del contrabbasso e diventa qualcosa di più di una semplice base ritmica. Francesco, quanto questa scelta ha modificato anche il modo di comporre degli altri due? E come cambia il dialogo quando nessuno strumento è chiamato a svolgere soltanto una funzione di accompagnamento?

La presenza del basso tuba ha influenzato profondamente il modo in cui tutti e tre pensiamo la musica. Fin dall’inizio è stato chiaro che non avrebbe avuto semplicemente il compito di sostituire un basso tradizionale, ma quello di portare una voce propria all’interno del trio. Questo ha spinto tutti noi a immaginare i brani in maniera meno gerarchica e meno legata alle funzioni convenzionali degli strumenti. Quando nessuno è esclusivamente accompagnamento e nessuno è costantemente protagonista, il dialogo diventa più aperto e gli equilibri possono cambiare continuamente.

3. Il vostro suono attraversa jazz, punk ed elettronica, ma senza sembrare interessato a trovare una sintesi rassicurante tra questi linguaggi. Vi riconoscete nell’idea che oggi la libertà musicale consista anche nel sottrarsi alla necessità di appartenere a una scena precisa? E quali sono, invece, i limiti che vi imponete per non disperdere la vostra identità?

Sì, ci riconosciamo nell’idea che la libertà musicale passi anche attraverso il non sentirsi obbligati ad appartenere a una sola scena o a un’unica tradizione. Le influenze fanno parte del nostro linguaggio, ma non rappresentano confini entro cui muoverci. Allo stesso tempo non crediamo che l’assenza di limiti sia necessariamente produttiva. Il nostro punto di riferimento resta sempre l’identità del trio, l’ascolto reciproco e la coerenza del discorso musicale. È quello il criterio che ci aiuta a non disperdere le idee.

4. Il nome Hibaku Jumoku richiama gli alberi sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima: un’immagine che porta con sé una storia di distruzione, ma anche di resistenza. Quanto è importante per voi che il progetto abbia una dimensione simbolica e politica, oltre a quella strettamente musicale? Pensate che un disco strumentale possa prendere posizione anche senza affidarsi alle parole?

Per noi il nome ha un significato simbolico importante. Siamo stati colpiti dall’idea di resilienza e trasformazione incarnata da quegli alberi, più ancora che dal solo riferimento storico. Non cerchiamo però di tradurre questo concetto in un messaggio politico esplicito o didascalico. Crediamo che anche la musica strumentale possa prendere posizione, non tanto attraverso delle affermazioni dirette, quanto attraverso i valori che esprime, il modo in cui costruisce relazioni, ascolto, immaginazione e possibilità di interpretazione.

5. Venite da esperienze musicali differenti e avete già attraversato contesti che non coincidono necessariamente con il jazz tradizionale. Che cosa succede quando vi incontrate musicalmente: prevale l’istinto individuale oppure avete dovuto costruire un metodo comune per capire fin dove potervi spingere? E c’è qualcosa che questo trio vi permette di fare e che nei vostri altri progetti non troverebbe spazio?

Probabilmente entrambe le cose. Ognuno di noi porta nel trio il proprio percorso e il proprio istinto musicale, ma nel tempo abbiamo anche sviluppato un linguaggio comune basato soprattutto sull’ascolto reciproco. Più che stabilire regole precise, abbiamo imparato a fidarci delle reazioni degli altri e a capire fin dove possiamo spingerci in una determinata direzione. Questo progetto ci offre anche uno spazio particolare di libertà: possiamo mettere in dialogo influenze diverse, assumere dei rischi e sperimentare soluzioni che in contesti più definiti o stilisticamente caratterizzati forse troverebbero meno spazio.

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