Il 30 ottobre è uscito “Parole in tasca”, il nuovo singolo di Giuseppe D’Alonzo, che anticipa l’omonimo album. Una canzone pop cantautorale che racconta il disagio di una generazione attraverso immagini originali e una scrittura capace di alternare inquietudine e desiderio di libertà.
Quello che mi colpisce di questo brano è il modo in cui riesce a parlare di solitudine senza raccontare necessariamente una persona sola. La protagonista è circondata da un mondo che sembra non lasciare spazio alla fragilità, dove ogni parola può diventare un giudizio e ogni tentativo di avvicinarsi agli altri porta con sé il rischio di essere feriti. Così, per difendersi, si costruiscono muri. E più diventano alti, più sembra difficile trovare una via d’uscita.
D’Alonzo racconta questa condizione con immagini che rimangono impresse, come quelle delle “diciannove lame negli occhi” o delle vetrine senza mare. Sono dettagli che danno forma a una realtà quasi surreale, ma che nasconde qualcosa di molto vicino alla nostra quotidianità. Mi piace soprattutto il contrasto tra la ricchezza delle parole e la difficoltà di comunicare davvero: parliamo continuamente, ma quanto di quello che diciamo riesce ancora ad arrivare agli altri?
“Parole in tasca” non cerca di offrire una risposta semplice a questa domanda. Piuttosto, ci accompagna dentro una sensazione che probabilmente conosciamo bene, quella di voler appartenere a qualcosa senza essere costretti a rinunciare a una parte di noi stessi. È un equilibrio complicato, soprattutto quando la paura di essere giudicati diventa più forte del desiderio di lasciarsi conoscere.
Eppure, nel finale, la canzone apre uno spiraglio. Non c’è bisogno di spalancare tutte le porte o di fidarsi ciecamente di chiunque. Basta provare a lasciare entrare un po’ di luce, senza permettere alla tempesta di portarsi via tutto. È un’immagine semplice, ma che trovo particolarmente efficace proprio perché non promette una felicità immediata: suggerisce soltanto che esiste ancora una possibilità.
Anche il videoclip in puppet stop motion contribuisce a rendere questo racconto ancora più personale. I personaggi animati si muovono in una dimensione intima e onirica, trasformando le sensazioni del testo in immagini che sembrano appartenere a un piccolo mondo sospeso tra realtà e immaginazione.
Con “Parole in tasca”, Giuseppe D’Alonzo racconta un malessere che non ha bisogno di essere urlato per farsi sentire. E forse il messaggio più bello è proprio questo: possiamo avere paura, possiamo sentirci fuori posto, ma non dobbiamo lasciare che siano le nostre difese a decidere quanto spazio concedere alla vita.