Parlare di temi così complessi richiede coraggio, e lei ammette di aver avuto un po’ di timore che la delicatezza del messaggio venisse fraintesa, perché con argomenti simili il rischio di semplificare c’è sempre. Ha scelto di esporsi lo stesso, con rispetto e senza tirarsi indietro, convinta che stare zitti sia peggio.
Si parla poi della sua voce di musicista. Il violoncello, strumento che molti associano all’orchestra o alla musica da camera, nelle sue canzoni diventa un marchio di fabbrica contemporaneo, e Diletta spiega perché non le piace scegliere tra classica e pop e preferisce coltivarli insieme.
Bruciate tutto affronta il tema del patriarcato e della violenza di genere senza filtri, mirando soprattutto alle giovani generazioni. Che risposta ti aspetti dai contesti scolastici e universitari in cui verrà presentato il progetto?
Mi piacerebbe che nelle scuole e nelle università questo progetto diventasse un momento in cui si parli senza vergogna di come riconoscere certi segnali, farsi delle domande, capire che il rispetto è la base. Se anche solo una ragazza si sente meno sola o un ragazzo inizia a vedere meglio quanto certe dinamiche siano tossiche, allora per me ha già senso. Vorrei solo aprire uno spazio vero, umano, dove ci si possa sentire dentro il discorso.
Scegliere di esporsi su temi così complessi richiede coraggio, specialmente a 16 anni. Hai mai avuto timore che la delicatezza del messaggio potesse venire fraintesa?
Un po’ sì, perché quando parli di temi così delicati c’è sempre il rischio di semplificare tutto. Ma penso che sia peggio stare zitti. Per questo ho scelto di espormi lo stesso, con rispetto ma senza tirarmi indietro. Se senti che una cosa è vera, secondo me devi trovare il coraggio di dirla.
Il violoncello è spesso considerato uno strumento da orchestra o musica da camera, ma nella tua musica diventa un marchio di fabbrica contemporaneo. Come hai trovato la tua “voce” attraverso questo strumento?
Il mio violoncello si chiama Alfred. Non ho mai pensato a lui come a uno strumento a cui mettere la museruola. Intendo, non mi piace l’idea di dover per forza scegliere tra la classica e il pop; preferisco coltivarli insieme nel mio modo di fare musica.
Dai concorsi come il Premio Lunezia alle esibizioni busking a Lavagna, fino all’apertura dei concerti per band storiche come i La Crus: quanto conta per te il contatto diretto con il pubblico dal vivo?
Tantissimo, è la parte più bella della musica. Quando sei sul palco capisci subito se arriva o no quel che stai suonando, perché non ci sono filtri. Il live è super sincero, ci sei tu, con la tua energia, le tue emozioni, le tue canzoni, e devi creare un contatto vero con chi hai davanti. Non importa che sia per strada, in un teatro o aprendo un concerto importante, il senso del live non cambia mai. Mi piace quando senti che il pubblico sta entrando davvero dentro quello che stai raccontando. È lì che la musica non è più solo tua.
Se dovessi descrivere la tua musica a chi non ti ha mai ascoltata usando solo tre parole, quali sceglieresti?
Direi sensibile, libera e determinata. Sensibile perché nella mia musica c’è tantissima parte emotiva e per me sentire le cose è fondamentale. Libera perché non mi piace stare dentro nessuna regola preconfezionata. E determinata perché, anche quando parto da una fragilità, cerco sempre una direzione, un modo per rinascere.