Bad Profile, “The Other Side”: un EP autoprodotto in cinque brani, registrato al BRX di Milano

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Quando una band si autoproduce, il disco si gioca tutto sulle scelte fatte in studio e sull’idea che c’è dietro. I Bad Profile, quartetto alternative rock di Milano, lo fanno con THE OTHER SIDE: cinque brani registrati, mixati e masterizzati al BRX studio di Marco Barusso nel febbraio 2026, con l’intera filiera in un’unica sede e in mano alla band. Testi e musiche portano la firma del gruppo.

Il curriculum precedente è un EP del 2019, One More Time, e una serie di concerti che hanno toccato l’Italia, Barcellona, San Diego e il Whisky a Go Go di Los Angeles. Poi la pandemia ha spento tutto e la band racconta di aver passato un periodo di riflessione e trasformazione creativa, dal quale riparte con quella che definisce una versione più matura e focalizzata di sé. Le coordinate sono l’alt-rock americano, il post-grunge e un hard rock che ha nell’impatto emotivo il suo punto di forza. Le chitarre sono potenti e messe al centro, la scrittura non gira intorno alle cose.

La scaletta è pensata con cura. “Screaming at the Sun” apre con l’ammissione più cruda (“I’m the biggest fake”) e si chiude su “I wanna break it all” ripetuto, come se il pezzo non riuscisse più a contenere la tensione. “Honestly” sposta il fuoco dalla confessione alla domanda su cosa fare, con una vita ridotta a “great image” e qualcosa di rotto sotto. “The Man from the Future” è il brano che cambia prospettiva: anno 3047, nessuna auto volante, l’amore identico, poi la fine del tempo. “It’s Only Rock and Roll” è la reazione fisica, con il titolo che diventa una sorta di mantra. “Follow Me Down” chiude con la telefonata arrivata tardi e con “I pray for you” che ritorna fino allo sfumare del discorso.

Il limite, se vogliamo chiamarlo così, è quello di ogni EP: cinque brani con temi tanto ampi (identità, verità, tempo, reazione, perdita) danno la sensazione di volerne di più. Il terzo pezzo, con il suo respiro quasi cosmico, avrebbe meritato forse più spazio per prendere le misure. È il punto in cui il disco sale di scala, e la sensazione è che si passi oltre un po’ in fretta. Detto questo, in cinque tracce la band riesce a tenere insieme rabbia, consapevolezza, ribellione e vulnerabilità senza che la scaletta perda coerenza.

Sul piano tecnico c’è da apprezzare la scelta di non delegare: chi ha scritto è anche chi ha prodotto, e il disco ha l’aria di un lavoro pensato dall’inizio alla fine con un’unica testa. La copertina, una terra spaccata da cui esce una luce arancione, è coerente con le chitarre potenti e la scrittura diretta che la band mette al centro del progetto.

Un buon punto di partenza per chi conosce già la band e per chi la scopre adesso, e per chi ha voglia di sentirla dal vivo: l’intenzione dichiarata è proprio quella di suonare questi pezzi il più possibile.

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