The Jesus and Mary Chain @ Ferrara Sotto Le Stelle

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Prima premessa: ciao a tutti, ho ripreso a scrivere e non ho idea di quello che sto facendo (molto bene).
Seconda premessa: in questo torrido 19 luglio, a Ferrara, salgono sul palco i Jesus and Mary Chain e la loro setlist comprende l’intera esecuzione di quell’album che ha cambiato molte vite, che ha rivoluzionato la storia della musica e che ha creato quel genere in cui le orecchie ti esplodono e i musicisti si fissano le scarpe: Psychocandy.
Ho detto tutto: non trovate balle perché, questa sera, nella bellissima cornice di Piazza Castello, ci sono i fratelli Reid e band. Punto.
Piuttosto lamentatevi di una security che, quasi, ti caccia fuori da Piazza Castello a calci nel didietro subito dopo il live e ti sequestra l’Autan; oppure del cantautore triestino di spalla agli headliner (a qualcuno può piacere, ma con la band di Glasgow non c’entra assolutamente NIENTE), quando quasi metà pubblico preferisce l’alcol.
Alle 21.45 circa, però, l’atmosfera cambia, dato che le luci si abbassano, il fumo sale e sul palco arriva la band di Glasgow, accompagnata da una triste realtà: anche i musicisti invecchiano, nonostante William Reid abbia ancora quella cofana -ingrigita- riccioluta e ribelle che ricorda la band di metà anni ’80.
La scaletta del concerto poteva essere organizzata in maniera differente, dato che la prima parte di questa risulta più piatta e meno carica; questo, però, non significa che la band sul palco non riesca a coinvolgere il pubblico, anzi: i decibel potevano essere più alti (avrei preferito anche io più rumore e meno “miele”), ma davanti a noi ci sono i Jesus and Mary Chain che riescono a sostituire caldo e zanzare con brividi e pelle d’oca.
Durante l’esecuzione di queste prime nove canzoni (tra cui “April Skies”, che apre il concerto; “Some Candy Talking”; “Nine Million Rainy Days “…), ci si abbraccia dolcemente e ci si lascia ondeggiare a occhi chiusi, almeno fino a quel “I wanna die” ripetuto più volte da Jim Reid in “Reverence”.

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Alla fine di questa prima parte di live, arriva all’improvviso, come un uragano, il singolone “Just Like Honey”, seguito dall’intera tracklist di “Psychocandy”: questo significa che “Never Understand”, “Inside Me” e “Sowing Seeds”, ovvero il brano che mi ha fatto innamorare della band (credo che il mio accompagnatore lo abbia notato, soprattutto dopo essermi letteralmente incantata ad ascoltare la canzone: “Scusami? Dicevi?!”), sono una dietro l’altra e la voglia di lasciarsi andare e respirare quell’atmosfera fosca-avvolgente, tipicamente shoegaze, è davvero tanta.
Ci sono tanta bellezza, calore e malinconia nelle canzoni dei Jesus and Mary Chain, ma sia sul che dal palco si nota una certa freddezza che, probabilmente, è una parte fondamentale della loro “scenografia”; anche William Reid e Brian Young, alla batteria, a volte non si trovano proprio e la canzone deve ripartire da capo.
Un concerto bellissimo per gli amanti della band, anche se a tratti un po’ “sporco” per il fatto che i Jesus and Mary Chain non si siano potuti esprimere al meglio per la questione dei volumi bassi: infatti, proprio ora, mi dispiace proprio tanto di non essere così rincoglionita dall’acufene.

Setlist

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