5 brani da ascoltare a giugno, per le giornate calde ma anche per il meteo avverso

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Ci risiamo, giugno e quel clima tropicale che non ci capiamo niente: il sole, poi la pioggia, il mare, e poi al lavoro. Un loop di situazioni, un minestrone di emozioni che non può che riflettersi anche nel panorama musicale, dove non c’è più periodo dei singoli estivi, lo stop delle pubblicazioni o quella regola aurea per cui non ha senso uscire con un nuovo album in estate. Qui anche un concentrato di nuovi brani, nuovi e nuovissimi, nella speranza di farvi un po’ di chiarezza sulla scena musicale indipendente italiana, trascendendo distinzioni di genere e pubblico.

Una playlist per quando sarete sotto l’ombrellone, con un temporale all’orizzonte.

“Idroscalo” degli Evelina

Ciò che più mi sorprende degli Evelina è il fatto che non abbiano fatto un ragionamento molto semplice. Dal momento che questo disco è un mix di tematiche, sonorità e sentimenti, perchè non lavorare con dei singoli? Far vivere un disco così denso (e che, tutto insieme, può risultare confuso) presentandolo come un unico prodotto rischia di disperdere una forza potenziale, che non viene così espressa. Eppure “Idroscalo“, mi sento di dire, è proprio un bel brano, che avrebbe avuto un bel respiro se fosse uscito da solo. Avremmo parlato a lungo di quest’uomo in rivolta e della sua storia, di un tradimento, di queste chitarre dal piglio blues che ci portano sulle spiagge di un’estate lontana: quella che abbiamo vissuto con gli amici dei centri sociali, di quando abbiamo notato quella ragazza coi dread, di quando abbiamo parlato per la prima volta di Pasolini. Un bel brano, che si può ascoltare superficialmente, ballando spassionatamente o urlando in macchina, oppure facendo mente locale su una storia, quella della morte di Pier Paolo, che qui viene solo accennata, ma esplode comunque. Non darei per scontato che tutti riconoscano quella voce, che parla di magrezza e tristezza, che viene inserita in questo brano, e che è proprio di Pasolini, andrebbe gridato e, nel nostro piccolo, ve lo diciamo noi.

“Notturno” degli Epoca22

Un’altra giusta domanda che finiremo per farci è quella sul perchè non conosciamo già tutti gli Epoca22, questa creatura musicale che riporta il post-punk in brani basso-centrici che non si può fare a meno di associare ad altre realtà come gli Interpol, i White Lies e tutti quei gruppi demodè che ascoltiamo ancora, noi darkettoni di provincia. “Notturno“, la loro ultima pubblicazione, ci porta in personalissimo “sogno di una notte di mezza estate“, che suona rassicurante quanto oscuro, una visione dell’amore per noi spostati, che ci consumiamo di sudore nei localini, che queste Vans non riusciamo proprio a buttarle, anche se ci sembrano ridicole. Un piccolo progetto perfetto, con la saturazione bassa e le foto in bianco e nero. Dovrebbero fare un documentario su di loro, su quest’estetica statunitense dei primi anni 2000, che si scontra con questa nostra estate italiana in un modo squisito. Tutto curato nei minimi dettagli, e non potremmo che esserne più felici. Preparatevi all’album dell’anno, signore e signori.

“Per fare peggio” de Il Triangolo

Loro ve li ricordate sicuramente, di quelle estati così passate, quando tutto era bianco o nero, e l’estate iniziava come uno schiaffo per poi finire con una porta sbattuta a settembre, sui banchi di scuola. Che io Il Triangolo li ascoltavo davvero alle superiori, e la cosa più bella è che esistono ancora, ma non sono rimasti fossilizzati a quell’idea di musica che ci trascinava al Miami nei capannoni delle Feste Dell’Unità, ma si sono evoluti, parlano di matrimonio, quello che non faremo, nè loro nè io, inevitabilmente, di come non ascoltiamo più tutte quelle canzoni punk. “Per fare peggio, il loro ultimo singolo è un bellissimo manifesto generazione, quelle di noi plus trentenni che non otteniamo mai niente, ma impazziamo ancora se sentiamo delle belle chitarre. Evolversi è la cosa più importante per qualsiasi progetto musicale che si sviluppi sul lungo periodo, non si può suonare sempre come degli eterni liceali arrabbiati, perchè prima o poi i problemi non saranno più le occupazioni, i sogni e l’America, ma l’affitto di una casa in città. Grazie a questi ragazzi che mi fanno sentire un po’ più vecchio, ma con stile.

nolo (dall’album)

“A casa dei miei” di GUIDOBONI

Questo brano descrive perfettamente l’estate italiana, quel sole che entra attraverso le tapparelle, la torta abbandonata sul tavolo, e quel clima di tesa distensione che ritroviamo ogni volta che torniamo a casa dei nostri genitori. Guidoboni, con la sua voce tagliente che ricorda Paolo Nutini, ci immerge in questa casa dalle pareti gialle, con queste madri accoglienti, come tutte le madri, è un invito ad abbandonarsi alle emozioni e a lasciarsi trasportare dalla bellezza del ricordo: la casa dove siamo vissuti è un punto fermo, dolce amaro, un po’ cringe, che fa ridere e stride con la nostra vita, quella vera, a Milano, le pareti gialle e quel pensiero ossessivo del cibo, le sagre di paese, gli amici di sempre che di noi non sanno più niente, eppure ci danno sempre i consigli giusti. “A casa dei miei” è un racconto autobiografico, aggressivo e rock and roll, agrodolce, che i testi in italiano così non ci siamo abituati, suonano fantasticamente nuovi, con questo background indie-rock di respiro britannico, con la complicità della produzione di Alex Elena (Nominato ai Grammy, Alice Smith, Lily Allen, Citizen Cope tra i tanti) e Mattia Mari (L’Avvocato dei Santi, Giuda, Belladonna): avremmo voluto averlo quando andavano di moda gli Arctic Monkeys, ma gli Arctic Monkeys riempiono tutt’ora i palazzetti, e possiamo fieramente affermare che Guidoboni non è così in ritardo. Ce lo portiamo a casa come un fratello, in grado di parlare di una famiglia che è anche la nostra, di una casa che è quella dove torneremo quest’estate.

Questo brano è contenuto nel disco “glu, pubblicato l’anno scorso, ma che abbiamo recuperato nelle mail solo di recente, e non potremmo che esserne più felici, dal momento che non ha più pubblicato altro di nuovo.

“Punkanza” dei Lyvers

Quanto sarebbe bello farsi una serata con i Lyvers, che riescono a parlare di donne stronze senza scadere nel volgarismo puerile (ragazzi pseudo incel che pensate di esser fighi a insultare le donne nei vostri pezzi, prendete appunti), che riescono a romanticizzare anche lo squallore di una scopata per vendetta nei bagni del Magnolia, a ridere di un tradimento, a farci sentire una vita rock and roll. Questo brano dal titolo “Punkanza è in sintesi un brano atipicamente estivo che racconta la fine di un amore, e lo fa attraverso “sofisticate citazioni a città elleniche della letteratura classica.”. I Lyvers sono bravi, ma la cosa più assurda è che ciò passa in secondo piano, prima ancora di tutto questo risultano simpatici, li vorremmo in salotto a fare casino, a tutte le nostre feste, a consolarci quando la nostra tipa, quella tipa, ci fa impazzire. Sono gli amici che ti fai nel giro di un minuto, quando fai la coda al bagno del Miami.

Per dirla in maniera molto elegante: l’ascoltatore viene catapultato – da energetici ritmi che strizzano l’occhio alla meglio tradizione poppunkiana – nella prospettiva del protagonista (John Connors) vittima delle proprie delusioni amorose che cerca di superare trascorrendo una serata libertina e spensierata in un live club con musica dal vivo (nel quale suona il già citato complessino). Una serata all’insegna del famoso trio che si conclude con “…e Rock ‘n Roll” che porterà il protagonista alla scoperta di sè stesso.

 

 

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