Tempelhof Sounds 2022: giorno 3

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Il terzo, nonché l’ultimo giorno di festival, è quello più devastante: se, poi, quest’oggi, domenica 12 giugno, al Tempelhof Sounds di Berlino ci sono tre band per le quali stravedi è un po’ un colpo al cuore, dato che dopo quest’esperienza è tempo di ritornare alla realtà.
C’è la pressione dei due giorni precedenti; si devono mettere in fila i pensieri e le parole da spendere per tutti gli artisti visti fino a questo momento; ci si deve riprendere da un piccolo hangover della serata precedente; ci si deve preparare a quella che sarà la serata conclusiva del primo festival in 3 anni.
Questa domenica soleggiata, in cui praticamente mi ustiono le braccia, porta tre band che, nel corso degli anni, mi hanno smentita, ho amato e non ho mai visto: i primi saranno i Fontaines D.C., quelli così tanto sopravvalutati e diventati troppo “commerciali” per molti; gli Interpol non li vedo da undici anni, e sono una delle mie band preferite alla pari coi Libertines; gli Strokes, beh, non li ho mai visti e gran parte della mia vita universitaria ha ruotato intorno a “Is This It?”, “Room on Fire” e “First Impressions of Earth”.
Prima di arrivare a questa magica triade, ho altro da ascoltare.

Kat Frankie.

Prima di quest’artista australiana, ma residente a Berlino, ho visto in concerto un gruppo di Liverpool: non posso spendere parole su di loro, dato che non sono stati la mia tazza di tè e preferisco andare avanti.

Kat Frankie, quindi, accompagnata sul palco da una band poliedrica e davvero spettacolare.
L’artista in questione tende a cambiare registro vocale come se nulla fosse e, in più, ha l’appoggio di una tastierista \ seconda voce che ha un talento al pari della fontwoman che ritroviamo sul palco.
Il pubblico resta a bocca aperta, è estasiato, dalla performance di questa ragazza che si fonde completamente con la sua band, con la quale ha un rapporto davvero unico: sul palco, ogni musicista ha uno spazio tutto per sé per dimostrare il proprio talento.
La tastierista, come detto, è quella che più stupisce: ha una voce pulita, arriva a note altissime e fa restare tutti col fiato sospeso; il chitarrista crea un muro sonoro impressionante ed esplode in riff inaspettati e coinvolgenti; la linea ritmica è palpitante e aggressiva.
Le canzoni presentate quest’oggi sono un continuo contrasto di luci e ombre, tristezza e bellezza, corporeità e impercettibilità.
Uno show davvero emozionante, in cui ogni singolo artista sul palco ci mette una passione indescrivibile.

FONTAINES D.C.

Dopo Zagabria, in cui proprio non mi hanno convinta, e Parma, dove, al contrario la band di Dublino mi ha alquanto sorpresa, è arrivato il momento di rivedere per la terza volta e ai tempi di “Skinty Fia” i Fontaines D.C.
La band di Dublino sale sul palco del Tempelhof con una carica indescrivibile, dovuta soprattutto all’estro esuberante del frontman Grian Chatten.
La band sa sfruttare il periodo favorevole, dato che oramai ha una valida esperienza live, e il frontman sa benissimo che il suo pubblico necessita di un nuovo Ian Curtis: le sue movenze, i suoi tic nervosi, infatti, ricordano fin troppo il cantante dei Joy Division.
Tuttavia, nonostante pare si sia fatto di una sostanza non ben definita, proprio Grian dimostra grande capacità vocali, con tonalità così basse e piene di rancore\amore nei confronti del suo paese natale: le tracce proposte sono in armonia tra di loro e questa capacità paranoica di cantare tutto in un fiato determinate canzoni rendono quest’esibizione particolarmente differente da altre band che propongono un Post Punk revival.
Le influenze non riguardano solo quel classico genere, ma comprendono riferimenti alla prima età del Britpop: le linee ritmiche dell’ultimo album ricordano un bel po’ gli Stone Roses, mentre le chitarre esplosive e improvvise creano un muro sonoro che si lega perfettamente al disagio giovanile di cui parlano i Fontaines D.C.
Il loro show, di soli quarantacinque minuti, è molto apprezzato dal pubblico del Tempelhof.
La band di Dublino, tuttavia, cerca di proporre il più possibile la propria musica, velocizzando certe canzoni (vedi l’incredibile “I Love You” , canzone che crea un’enorme tensione emotiva).
Da rivedere assolutamente, dato che i Fontaines mostrano tutto il loro talento e la loro energia proprio in occasione dei live (ci rivediamo a Zagabria!).

ROYAL BLOOD.

Una band attesa da molti è il duo eclatante Royal Blood che riesce a mettere in difficoltà anche la sicurezza, dato che il pubblico decide di scatenarsi e iniziare a “volare per aria”.
Il duo, rispettivamente a chitarra e batteria, ha una sintonia alquanto impressionante: le loro canzoni, il cui sing along è irresistibile, quindi ogni loro canzone vale come un vero e proprio inno per i fan, sono travolgenti, pompate e ricche di improvvisazioni.

INTERPOL.

Undici anni dopo rivedo una delle mie band preferite, una di quelle band alle quali dedichi tatuaggi e saresti disposto a seguire ovunque e quando è possibile.
Ho iniziato da Modena nel 2005 (circa), passando per Ferrara, giungendo Parigi nel 2011 e finendo poi al Tempelhof di Berino, perché gli Interpol decidono sempre di suonare in Italia o lontanissimo, oppure quando proprio non riesci ad andare per questioni lavorative.
L’Italia in questo breve tour europeo \ estivo non viene proprio considerata dalla band di NYC.
Paul Banks, Daniel Kessler e Sam Fogarino, accompagnati da Brandon Curtis alle tastiere e Brad Truax al basso, iniziano il loro show con l’incantevole e dilatata “Untitled” che regala un’atmosfera avvolgente al proprio pubblico.
L’esibizione è intensa e quasi voluttuosa, dato che le canzoni degli Interpol hanno spesso e volentieri riferimenti sessuali e sensuali.
Dopo l’incredibile intro di “Turn on the Bright Lights”, tocca a “Evil”, canzone dalla quale iniziano i veri sing along dei molti fan presenti; “Heinrich Maneuver” carica di un’energia positiva i presenti allo show; le tracce nuove “Toni” e “Fables” sono eseguite perfettamente e segnano un forte contrasto con i brani storici della band: gli Interpol, ora, vogliono rassicurare, farti ballare e farti stare bene.
Nella setlist di quest’oggi compaiono le classiche “Obstacle 1”, canzone cantata molto bene rispetto a undici anni fa e senza troppe stonature, l’incredibile ed emozionante “The New” (video incluso, scusate il parkinson), in cui la linea di basso iniziale è mostruosamente precisa e la voce bassa di Banks la fa da padrona, e subito, di seguito, “PDA”, canzone in cui il pubblico canta addirittura la parte finale destinata a Kessler.

Un’ora di concerto piena, in cui gli Interpol sanno mescolare le esperienze passate a quelle future: una band in crescita dal punto di vista live, dato che qualcuno alla voce si controlla meglio ed evita stonature.
Precisi, incredibili e con un perenne sorriso sulle labbra ogni qualvolta che il pubblico canta a squarciagola, applaude e ringrazia la band sul palco.
Il concerto termina con “Slow Hands” e, non appena la band si allontana dal palco, il pubblico esclama di volere “one more song”: poche le band alle quali è stato richiesto una cosa simile.
La band non rientra perché ha un limite di tempo prestabilito, ma il concerto merita tutta la fatica del front row conquistato quest’oggi.
Sensazioni Post Punk revival, chitarre garage avvolgenti, linea ritmica acuta e una buona dose di fascino: gli Interpol sono come il vino.
Sorprendentemente maturati e, di certo, non farò passare altri undici anni per rivederli.

THE STROKES.

Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna: è quello che faranno molti fan italiani quest’oggi per vedere la band capitanata da Julian Casablancas.
Le aspettative per questo concerto sono parecchio alte e, probabilmente, anche questa mia prospettiva iniziale fa sì che resti un po’ delusa dalla band di New York.
Ho sempre preferito l’atteggiamento più spontaneo dei Libertines o la sensualità degli Interpol rispetto a loro, ma ciò non toglie che non voglia – finalmente- assistere al concerto di questa band con un talento incredibile e un frontman esuberante e completamente fuori di testa.
Non voglio stroncare gli Strokes, perché sono dei musicisti strepitosi, ma la presenza di Casablancas è un po’ oltre il ruolo di frontman: alle volte, più che sembrare un cantante, sembra un vero e proprio pagliaccio. Sicuramente questo grande intrattenitore, perché Casablancas lo è, fa divertire, ma preferisco la musica alla sola apparenza; avrei preferito vederlo più sobrio, poi questo è un parere fin troppo personale.
Nella setlist non mancano i classici “You Only Live Once”, “Juicebox”, “Reptilia”, “Hard to Explain”, “New York City Cops”, “Someday”, “Take it or Leave it” e la finale “What Ever Happened?”.
Manca il pezzo storico per eccellenza “Last Nite” e tutte queste uscite deliranti di Julian tolgono gran parte di musica a questo show, comunque molto apprezzato dai fan della band.
Un’ora tiratissima di concerto e con addirittura un encore: il tempo a disposizione sarebbe di un’ora e mezza, ma gli Strokes decidono di dedicarci meno tempo del previsto.
Un po’ resta l’amaro in bocca per la brevità dello show, ma questa band è una di quelle generazionali che erano assolutamente da vedere.
Bellissimo il ragazzo travestito da tirannosauro che pogava e rimbalzava (saltava) come un dannato.

In questo modo termina il Tempelhof Sounds di Berlino: un festival nato all’improvviso e che, già al primo anno di vita, ha voluto immediatamente dimostrare di che pasta – e musica (multiforme)- è fatto.
Show incredibili, organizzazione  che sicuramente migliorerà in futuro, opportunità di conoscere nuove band rivelazione e tantissima gente da ogni parte del mondo: è partito benissimo e non può che migliorare.
Grazie Berlino per la bellissima esperienza.

 

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