Live report: ZEROVSKIJ… solo per amore, in Arena di Verona

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Mi sono messa in viaggio in direzione Arena di Verona, con l’idea che “Zerovskij… solo per amore” fosse il tipico concerto alla Renato Zero, non così pieno di pailettes, cipria e piume come quelli di un tempo, ma comunque che confermasse l’idea da personaggio glam che ho sempre visto nei video o apparizioni televisive. Ammetto fin da subito che non sono mai stata una sorcina e di essere andata al suo spettacolo solo perchè da sempre ho provato ammirazione per il suo essere così all’ avanguardia, fuori dal coro e tenace nell’ affrontare tematiche scomode di difficile digestione nell’ italietta politicamente corretta, per non dire democristiana, degli scorsi decenni.
Renato nella mia testa rappresenta uno degli scrittori principali della storia della musica italiana, per quanto lo abbia sempre ascoltato marginalmente, e, mi sono detta, “almeno una volta nella vita lo devo andare a vedere dal vivo”.
Assolutamente all’ oscuro di quanto già successo durante la prima data del tour a luglio a Roma e solo legata al mio stereotipo di Divo che dopo 50 anni di carriera “cosa vuoi che inventi ancora”, mi sono ricreduta immediatamente: quello a cui ho assistito per 3 ore abbondanti è stato un teatro dell’ assurdo ambientato in una ipotetica “Stazione Terra”, dove i protagonisti Adamo (interpretato da Claudio Zanelli), Eva (Alice Mistroni) e un figlio di nessuno chiamato Enne Enne (Luca Giacomelli Ferranini) hanno messo in scena le loro crisi, frustrazioni, interrogativi e speranze interagendo con gli umanizzati Odio (Marco Stabile), Amore (Cristian Ruiz), Tempo (Leandro Amato), Morte/Vita (Roberta Faccani) sotto l’ occhio magnanimo del capostazione Zerovskij, interpretato da Renato Zero, abituato a vedere l’ umanità passare e il commento fuori campo di Dio (voce di Pino Insegno).
I dialoghi degli attori si sono alternati alle canzoni, eseguite da una sessantina di elementi dell’ orchestra filarmonica della Franciacorta completa di coro, creando così uno spettacolo sui generis dove la recitazione è stata il preludio del brano che di lì a poco sarebbe stato cantato e viceversa.
Il fine di Renato Zero in “Zerovskij… solo per amore” non è stato quindi quello che mi aspettavo, cioè un concerto che riproponesse i successi degli ultimi 50 anni, come una banale compilation di quelle che escono a Natale, ma qualcosa di inaspettatamente più profondo e studiato: la metafora della stazione rappresentante l’ultima spiaggia dove i personaggi cercano il binario migliore per salire sul treno e raggiungere così la destinazione sicura e infallibile trovando quella parte mancante di loro stessi, è vincente. Adamo, Eva, Enne Enne, Odio, Amore, Morte, Tempo e il capostazione Zerovskij ragionano, si interrogano, soffrono, dubitano, si arrabbiano, crescono. Di loro c’è tanto di noi stessi e della società moderna: seguendo dialoghi e i testi delle canzoni ho visto da un’altra prospettiva, più distaccata, la vita che viviamo tutti i giorni, in cui siamo talmente impantanati che pure Dio con la sua voce fuori campo ne è uscito frustrato. “Io che sono sempre stato raffigurato come possente immenso e infallibile (..) E invece tu Uomo sei il mio unico errore, tu il peccato, la mia più cocente delusione. Il responsabile del tuo insopportabile tramonto”, ha rimproverato il Padreterno.
Tempo ha ragione quando dice che ce l’abbiamo con lui perchè ci deruba ma siamo noi che togliamo tempo a noi stessi con “impronte digitali, codici a barre, codici fiscali, partite iva, gabbie, trabocchetti, labirinti”, architetture del nulla che “tolgono autonomia e spazio”. Oppure Odio, quando litigando con Amore gli sbatte in faccia che lui sì che è il vero collante dei popoli e che è sempre ricambiato, mica come il suo contrario.
Anche Morte scuote con un brivido l’ arena sollevando interrogativi sulla giustezza dell’ accanimento terapeutico, chiedendosi se quel respiro elettrico che troppo spesso è una bugia che aggiunge dolore al dolore e quella “notte artificiale” sono più nobili di lei.
Questi sono solo esempi dell’ esperimento di Renato Zero, dove lo spettacolo non voleva essere solo canzoni e applausi ma qualcosa che sollevasse domande che lui, che noi, abbiamo dentro da sempre, e che regalasse dopo tanta amarezza un lieto fine di speranza.
“Zerovskij… solo per amore” mi ha coinvolta facendomi stupire, ridere, pensare, commuovere e lasciandomi un po’ “così”, indefinita, in cerca di risposte (che poi, alla fine, è così importante trovarle?), con qualche dubbio in più proprio come i personaggi che per 3 ore e più hanno vissuto e cantato nella Stazione Terra.
Non so come avrei reagito se fossi stata una sorcina vera, lo ammetto. Ho visto il pubblico scuotersi dal torpore e cantare, come se non stesse aspettando altro, solo con quella manciata di vecchie canzoni, ad esempio “Padre nostro” (Artide Antartide, 1981), “Motel” (Trapezio, 1976) o “Marciapiedi” (Artide Antardide, 1981). Il sospetto che “Zerovskij” abbia lasciato un retrogusto un po’ amaro nei fan irriducibili mi è stato confermato quando un fedelissimo vicino a me ha urlato un “Renà, bello ma ce dovevi fa’ cantà però”.

Il che conferma come Renato Zero sia stato all’ avanguardia, ancora una volta.

 

Scaletta
“La stazione”
“Ti do’ i voli miei”
“Vivo qui”
“Un secondino anch’ io” (cantato da Leandro Amato, “Tempo”)
“Dedicato a te”
“L’ amore che ti cambia”
“Il mio momento”
“Sono odioso” (cantato da Marco Stabile, “Odio”)
“Stalker”
“Ci fosse un’ altra vita”
“Padre nostro”
“Siamo eroi”
“Danza macabra” (cantato da Roberta Faccani, “Morte/Vita”)
“Scommetti” (cantato da Cristian Ruiz, “Amore)
“Potrebbe essere Dio”
“Infiniti Treni”
“Mi trovi dentro Te”
“Motel”
“Colpevoli” (cantato da Marco Stabile, “Odio”)
“Evviva me”
“Pazzamente amare”
“Aria di settembre”
“Tutti vogliono fare il presidente”
“Singoli”
“Marciapiedi”
“Un uomo da niente”
“Gli angoli bui”
“L’ ultimo valzer” (cantato da Roberta Faccani, “Morte/Vita”)
“Ti andrebbe di cambiare il mondo?”
“Putti e Cherubini S.p.A.”
“Cara”

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