I-Days Festival, Sigur Rós e Stereophonics live – il report

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Una tre giorni di concerti per uno dei festival più interessanti della stagione estiva, almeno per quel che riguarda il panorama nostrano.
È l’I-Days Festival, tenutosi questo weekend a Monza e giunto quest’anno alla dodicesima edizione, una line up che ha mescolato emergenti di talento e nomi cardine della scena internazionale. Tra questi, Stereophonics e Sigur Rós, protagonisti della seconda giornata.

Stereophonics

La cornice è quella dell’Autodromo di Monza. Si parte dal pomeriggio con i primi nomi in scaletta e intorno alle 20, con il sole ancora alto, ecco comparire puntualissimi gli Stereophonics.
La band gallese dal vivo è praticamente perfetta: precisi, puliti, la voce di Kelly Jones si alza cristallina ad ogni pezzo. Un’esecuzione impeccabile che è la cifra dei loro live, che non si sporca mai, neanche in concerto. Ci sono i nuovi brani, Mr. And Ms. Smith, Indian Summer, White Lies (che vede Jones lasciare la sua chitarra per mettersi al piano), ci sono i brani con cui abbiamo iniziato ad amarli e che ancora ci accompagnano, a partire dalla celeberrima Have a Nice Day, passando per Maybe Tomorrow, Just Looking, Mr. Writer. Visual e porzioni di testo completano la performance, che si chiude con Dakota, non dopo un ringraziamento al pubblico, non solo quello di Monza ma quello che li segue da ben vent’anni. “È molto caldo ma credo che possiate saltare lo stesso!” è l’invito di Jones ad accompagnarli nel finale. La band ci lascia con un cheers, e spazio per il cambio palco.

Stereophonics

Headliner della serata sono i Sigur Rós, che non hanno bisogno di presentazioni.
Il fumo invade le scena, e partono le prime note di Óveður. Non vediamo ancora nulla, se non una struttura a tratti luminosa che divide a metà il palco e un grande pannello alle spalle, dove iniziano a scorrere delle immagini. Le luci si dissolvono e la band si palesa: i tre erano già lì, già in posizione, già intenti a orchestrare il tutto e a intessere quel groviglio di suoni, musica, voci, echi e richiami, sonori e visivi.

Sigur Rós

Sigur Rós

Per un concerto dei Sigur Rós, per la musica tutta, dei Sigur Rós, le parole sono difficili, le parole sono inutili, le parole sono superflue. Un crescendo, che parte piano, si insinua quieto per portarti con sé e poi arriva a travolgerti, inesorabile, violento, viscerale. La voce di Jónsi è uno strumento essa stessa, acuto, evocativo, i visual e gli effetti di luce che accompagnano la performance disegnano foreste, volti, trame geometriche e paesaggi surreali che riempiono gli occhi di lampi blu, rossi, bianchi.

Sæglópur regala il momento più forte e struggente, una vera esplosione di suoni e luce, Glósóli non è da meno, mentre Hafsól chiude la prima parte con un’energia vorticosa. Il bis è affidato a Popplagið, e la band si congeda con un Takk che campeggia sul pannello luminoso dietro i tre. Non una parola, non ce n’è stato bisogno. Unico piccolo rimpianto, non aver ascoltato Andvari e Hoppipolla, forse i pezzi più conosciuti e accessibili, forse un po’ lontani dalla scaletta così come costruita, e ormai un po’ scontati per alcuni, ma che ti parlano così vicino che è impossibile stancarsene.

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