Wilco + Kurt Vile and the Violators @ Ferrara sotto le stelle, 04.07.2016

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La data dei Wilco a Ferrara sotto le stelle inizia in modo speciale, con il co-headliner Kurt Vile che con i suoi Violators apre la serata a suon di chitarre e banjo.

Kurt Vile, già fondatore dei The War on Drugs, si è fatto apprezzare per la sua carriera solista soprattutto con gli ultimi 3 album: Smoke ring for my halo, Walkin on a pretty daze e B’lieve I’m goin down… Il cantautore americano procede speditamente per tutto il set, con i lunghi capelli davanti agli occhi e poche chiacchiere, concedendosi solo qualche urletto qua e là per incitare il pubblico; il suo stile deve molto alla tradizione folk americana di Neil Young, ma ha una propria personalità ben definita che lo colloca tra i soggetti più interessanti dell’indie-rock anni ’10. Uno dei suoi tratti distintivi è il modo di cantare un po’ strascicato, un po’ parlato, alla Bob Dylan; se però con i ritmi un po’ più incalzanti, come quello della sua “hit” Pretty pimpin, questa sua caratteristica rende bene, in qualche altro punto l’esecuzione risulta un po’ più meccanica e monotona, perdendo un po’ della dinamica che ha su disco.

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Quando i (gli?) Wilco salgono sul palco, senza convenevoli iniziano con due brani dall’ultimo disco Star Wars: More… e Random Name Generator; le voci di Jeff Tweedy e John Stirratt si fondono alla perfezione, e da subito ci si rende conto che il suono della band è una macchina complessa e piena di ingranaggi, ma così ben collaudata che riesce a reggere a qualsiasi movimento o cambio di direzione senza nessuno sforzo apparente. “È bello essere di nuovo qui. Quello è il nostro castello” così Tweedy rompe il ghiaccio tra una canzone e l’altra, ma durante il concerto non si dilungherà molto in parole, lasciando parlare le canzoni. Ammetto – colpevolmente, dopo averli visti – di non essere mai stata una loro grande fan, ma ho capito che forse per apprezzarli veramente vedere un loro live è un passaggio obbligato, perché è solo nella dimensione del concerto che le canzoni rendono per quello che sono: sorprendenti. Non c’è niente di scontato, nemmeno nei pezzi folk/pop e apparentemente facili: solo per fare un esempio, la delicata bellezza di Via Chicago che viene a tratti destabilizzata dalle caotiche incursioni alla batteria di Glenn Kotche, mentre il resto della band continua a suonare e cantare pacificamente.

Alternative, folk, rock: tutte le etichette che di solito vengono attribuite ai Wilco vanno decisamente troppo strette ad una band del genere, che è capace di passare da una ballad acustica ad un pezzo psichedelico, da una canzone pop al rock distortissimo, che riesce a far convivere naturalmente il mood country con gli assoli infiniti di Nels Cline. “Non c’è un altro posto dove vorrei essere il 4 di luglio. Preferisco stare qui, in Italia, davanti a un castello. Sapete, magari questo è il nostro ultimo 4 luglio…” continua scherzando il frontman. Il set prosegue tra pezzi tratti dal loro ultimo album e canzoni del loro repertorio classico, che sono ovviamente quelle che vengono accolte con più calore dal pubblico: Jesus, etc, Art of almost, Spiders, Hummingbird, Heavy Metal Drummer.

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Per l’encore i Wilco ritornano con un mini-set acustico, nel quale alle chitarre e alla batteria ridotta si aggiungono vibrafono, melodica, banjo. Raccolti al centro del palco iniziano con Misunderstood, ed è qui che riescono a fare un’altra magia: nessuno nel pubblico osa fiatare (e chi lo fa viene prontamente redarguito); continuano eseguendo le versioni acustiche di It’s just that simple, War on war, I’m always in love, California stars, A shot in the arms: un concerto nel concerto, ancora più affiatati e ancora più vicini ai fan.

Quello che già mi aspettavo da questo concerto era di sentire una grande band, con dei grandi musicisti; quello che non mi aspettavo era la potenza del suono, il coinvolgimento emotivo che sono in grado di donare al pubblico, una profondità e una sorta di perfezione che dai dischi forse è difficile cogliere.

 

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