Vita da musico: Anna Maria dalla Valle

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Una volta potevi alzarti a mezzogiorno, adesso non puoi, 24 ore non ti bastano mai. Fare il musicista è tanto diverso da come se lo immagina chi questo mestiere non lo fa.
Già, mestiere, lavoro. Certo, coincide con una passione, ma non è una passione, è un lavoro. A fine giornata un cuoco è stanco anche se cucinare è la sua passione, viene pagato il giusto anche se è la sua passione, nessuno gli chiede “Ah ma cucini in un ristorante?”…
Il musicista è oggi un freelance, anche se “mercenario” rende più l’idea, ha tanti progetti in cui suona, a volte di generi differenti, tante playlist con il repertorio di ogni band, cartelle su dropbox condivise e raccoglitori con le parti distinte. Ha colleghi che diventano amici, ha una macchina che è sostituta di casa (il clacson, il clacson è un sol), con camicia di ricambio, leggio d’emergenza e la capacità di farci stare una quantità di strumenti che nemmeno Mary Poppins, e parti, parti ovunque.
Il musicista, quello serio, trascrive tutto. Un giorno un’allieva mi ha detto “ho trovato gli accordi su internet”, come se bastasse. Ogni brano, che si tratti di una cover di Adele, un pezzo dei Radiohead o uno standard jazz, non ha mai una vera partitura, va trascritto, tradotto in note e accordi e posizioni e voci e struttura, infine imparato a memoria. Stessa cosa per i brani propri, i brani originali. Certo, chi ti viene ad ascoltare non vede mai le ore trascorse con matita, pentagramma e repeat di un chorus per snocciolare ogni dettaglio.
Io poi suono il flauto. Ho fatto i miei dannati anni di conservatorio, ho i muri pieni di diplomi, pregni delle ore al giorno, tutti i giorni, feste comandate incluse, a studiarci sopra. Ma non è bastato, non basta mai: come gli atleti, devi allenarti sempre, non puoi mollare mai, possibilmente imparando sempre cose nuove.
E allora studi i pezzi nuovi, ma anche scale e arpeggi, e anche se ormai fai jazz dedichi sempre qualche ora a settimana a Bach. Nemmeno questo sanno quelli che vengono a sentirti: per quel concerto hai studiato, oltre al resto, anche Bach. E si sente, si sente anche tutto quello che hai studiato gli anni prima, tasselli che riempiono di conoscenza la tua idea musicale, colorano il tuo fraseggio e ti fanno vedere a fondo ogni tipo di suono.
Non sanno che quello che vedono sul palco, in effetti e delay e chorus e chediamined’altro, anche quelli sono un risultato di tentativi, prove, soldi spesi a vanvera fino a trovare una soluzione sonora che dura qualche mese, finché si è di nuovo insoddisfatti e alla ricerca. La continua ricerca che non ci lascia tranquilli, ma che ci mantiene vivi.
A volte vorrei essere un Vasco Rossi, che non cerca altro che riprodurre se stesso all’infinito, tanto gli comprano il disco a prescindere. Noialtri no, dobbiamo inventarcele tutte, non siamo mai sazi, non riusciamo mai a toglierci l’urgenza di proseguire e sperimentare.
Poi ogni tanto c’è chi sceglie la strada più semplice, costruisce a tavolino la hit dell’estate (magari in do, che è semplice da far suonare) si prostituisce con pessima lounge da ascensore, perde tempo ad inventarsi un curriculum pieno di scemenze pirotecniche invece di rischiare di pubblicare un disco “diverso” e troppo difficile per le orecchie narcotizzate da pessima musica da talent.

Poi c’è il palco. Il palco è l’onnipotenza. Ti chiudi nel calore delle note, preghi Iddio che il fonico non scazzi i suoni rovinandoti l’energia, che la strumentazione non si impianti, che il suono sul palco non sia troppo alto da tirar bestemmie. Hai le parti a memoria, sei dentro ogni suono, sei in un’altra dimensione. A fianco a te non ci sono amici o nemici o legami, ci sono anime musicali che dialogano con te in un universo di frequenze. Tutto è previsto, tutto è deciso nei dettagli, ma è nell’uscire dai binari che esce la magia, quando l’idea di uno trascina gli altri, improvvisando, scappando dal deciso, cercando il brivido. E a volte questo sì, questo a chi ascolta arriva.

Poi tutto finisce. E scendi dal palco, smonti, passi tra la gente, che nemmeno ti riconosce. L’onnipotenza è finita, lo stato di divinità è fermo davanti ad una birra, caricando la macchina, macinando chilometri per tornare a casa. E domani mattina incontrerai un amico, sul tram (quel suono, il campanello della fermata, è un la) e ti dirà “Maddai! Fatto le ore piccole ieri! sei stato a suonare eh? a divertirti?…”. Gli dirai di sì, perché non capirebbe il resto. Ed è questo il bello.

 

Anna Maria dalla Valle, blogger http://www.laflauta.it
Musicista, compositrice nel progetto http://acasamiveniva.com

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